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Ceuta, oltre la crisi migratoria: la sfida alla sovranità europea

Ceuta, oltre la crisi migratoria: la sfida alla sovranità europea

sabato, 8 Agosto 2026
2 minuti di lettura

Tra il 30 e il 31 luglio 2026 l’Europa ha assistito a una delle più gravi crisi migratorie della sua storia recente. Circa 50.000 persone, non prive di una certa logistica che lascia perplessi, hanno attraversato in poche ore il confine dell’enclave spagnola di Ceuta, via terra e via mare, trasformando una frontiera esterna dell’Unione Europea in uno scenario di emergenza.

Il bilancio è stato drammatico: decine di morti per annegamento, esercito dispiegato e stato di emergenza dichiarato. Una crisi che pone un interrogativo inevitabile: Madrid non aveva davvero previsto quanto stava accadendo?

Le critiche al governo di Pedro Sánchez si sono concentrate non solo sulla gestione dell’emergenza, ma sulle cause che l’hanno resa possibile. Anni di politiche migratorie giudicate poco rigorose, l’assenza di una strategia credibile di deterrenza e il mancato rafforzamento degli strumenti a disposizione di forze di sicurezza e militari hanno lasciato scoperto uno dei confini più sensibili d’Europa.

A favorire l’ondata migratoria avrebbe contribuito anche la diffusione sui social marocchini di una recente sentenza della Corte Suprema spagnola che limitava i respingimenti immediati via mare. Per migliaia di persone quel pronunciamento è stato interpretato come un segnale di apertura. Una sentenza può vincolare il governo, ma spetta alla politica costruire strumenti giuridici e operativi capaci di garantire il controllo dei confini.

Durante l’emergenza, fonti della Guardia Civil e ambienti militari hanno descritto una situazione critica: personale insufficiente, mezzi obsoleti e protocolli inadeguati per affrontare un afflusso di tali dimensioni. Il Partido Popular ha accusato Sánchez di aver sacrificato gli investimenti nella sicurezza delle frontiere per preservare gli equilibri della maggioranza parlamentare, sostenuta anche da forze contrarie a un irrigidimento delle politiche migratorie. Sebbene circa 48.000 persone siano poi state respinte o rientrate in Marocco, il costo in vite umane, credibilità istituzionale e immagine internazionale è stato enorme.

La crisi ha rapidamente assunto anche una dimensione diplomatica. L’ambasciatore israeliano all’ONU, Danny Danon, ha accusato la Spagna di ipocrisia per le sue posizioni su Israele, definendo Ceuta un’enclave coloniale. Il ministro dei Trasporti Óscar Puente ha replicato parlando di “guerra ibrida”, ipotizzando pressioni israeliane e statunitensi sul Marocco affinché allentasse i controlli di frontiera.

È documentato, inoltre, che think tank vicini all’amministrazione americana, in particolare l’American Enterprise Institute, abbiano incoraggiato già nella primavera del 2026 una nuova “Marcia Verde” verso Ceuta e Melilla. Parallelamente, parlamentari repubblicani vicini al Segretario di Stato Marco Rubio hanno sostenuto che tali territori non rientrerebbero nelle garanzie dell’Articolo 6 della NATO, evidenziando un isolamento diplomatico che il governo spagnolo non è riuscito a prevenire.

Queste posizioni risultano tuttavia storicamente difficili da sostenere. Ceuta appartiene alla Spagna dal Trattato di Lisbona del 1668, mentre la presenza spagnola risale al 1640, in continuità con quella portoghese iniziata nel 1415. Quando Ceuta era già saldamente spagnola, gli Stati Uniti non esistevano ancora come nazione. Analogamente, il moderno Stato marocchino nasce soltanto con l’indipendenza del 1956. Definire Ceuta un territorio coloniale da restituire significa ignorare oltre tre secoli e mezzo di storia. Oltretutto Washington non ha mai contestato la sovranità britannica su Gibilterra.

Sullo sfondo il nodo reale: l’ exclave di Ceuta e Melilla presiede all’ accesso all’ Atlantico. Questo ha risvolti economici e geopolitici. Il Marocco già da tempo cerca di svuotare di importanza le due città con la costruzione di due porti vicino ai due centri. In sostanza assistiamo a una nuova turbolenza nel controllo dello stretto e la copertura diplomatica degli USA, anche implicita e al netto degli errori diplomatici di Sanchez, è il segno di un cambio di postura USA rispetto alla visione legalitaria del mondo tipica dell’ UE.

La crisi di Ceuta non è stata un evento imprevedibile, ma il risultato di confini insufficientemente protetti, risorse inadeguate, segnali ignorati e di un progressivo isolamento diplomatico in un contesto di forte competizione Geopolitica.. Colpisce, infine, il sostanziale silenzio dell’Unione Europea: al di fuori del PSOE, che ha denunciato le interferenze esterne, pochi hanno difeso con decisione l’integrità territoriale della Spagna e, di conseguenza, quella dell’Unione Europea stessa.

Paolo Falconio

Paolo Falconio

Membro del Consejo Rector de Honor e conferenziere de la Sociedad de Estudios Internacionales (SEI)

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