La Corea del Nord ha lanciato domenica due missili balistici a corto raggio dalla costa orientale, a distanza di appena tre ore l’uno dall’altro. È il secondo test in una settimana e arriva dopo le accuse di Kim Yo‑jong, sorella del leader Kim Jong‑un, secondo cui le esercitazioni militari guidate dagli Stati Uniti starebbero “peggiorando le tensioni” nella penisola coreana.
Il primo missile, partito da Wonsan intorno alle 15:00 locali (06:00 GMT), ha volato per circa 450 km, probabilmente appartenente alla serie Hwasong‑11. Il secondo, lanciato alle 17:50 (08:50 GMT) dalla stessa area, ha superato i 600 km prima di cadere nel Mar del Giappone, fuori dalla zona economica esclusiva nipponica.
Il Comando congiunto sudcoreano ha confermato che entrambi i vettori erano missili balistici a corto raggio (SRBM) e che le autorità di Seul, Tokyo e Washington hanno condiviso i dati di tracciamento fin dalle prime fasi. Il Consiglio di Sicurezza Nazionale sudcoreano ha condannato i test, definendoli una “violazione diretta delle risoluzioni ONU”, mentre il Giappone ha presentato una protesta diplomatica tramite l’ambasciata a Pechino.
Il ministro della Difesa giapponese Shinjiro Koizumi ha dichiarato che “questa serie di azioni nordcoreane minaccia la pace e la sicurezza del Giappone, della regione e della comunità internazionale”. Il lancio segue la risoluzione dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica contro il programma nucleare di Pyongyang, respinta sabato dal regime, e le manovre navali USA‑Corea del Sud‑Giappone concluse il 10 settembre vicino a Guam. Dietro la sequenza di test si intravede una strategia chiara: dimostrare capacità di risposta rapida e sfidare la pressione diplomatica.
La doppia finestra di tre ore è un segnale tecnico e politico: Pyongyang vuole mostrare di poter colpire due volte prima che gli alleati reagiscano. Con l’autunno alle porte, la penisola coreana torna a essere un laboratorio di deterrenza, dove ogni missile è un messaggio e ogni esercitazione un rischio calcolato.





