martedì, 4 Agosto, 2020
Attualità

Concessioni, interesse pubblico e paura della concorrenza

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Non sappiamo come finirà la partita su Autostrade per l’Italia e le conseguenti reazioni a catena ad essa collegate. Logica vorrebbe che la concessione fosse radicalmente rivista, che le casse dello Stato non subissero nessun danno e che-in attesa dell’accertamento giudiziario delle responsabilità- la penalizzazione di chi non ha svolto con cura adeguata il suo compito non buttasse a gambe all’aria un’intera azienda che nel settore è un campione nazionale che compete a livello europeo.

La vicenda tragicamente scoppiata due anni fa, oltre a provocare proclami di giustizia sommaria, di “vendetta” dello Stato o di difesa ad oltranza dell’attuale concessionario non ha prodotto un sano dibattito sul ruolo delle concessioni pubbliche. Eppure di questa riflessione ci sarebbe bisogno.

Prova ne sia l’incredibile vicenda della proroga di 13 anni delle concessioni demaniali per le spiagge con la conseguenza che lo Stato italiano non potrà bandire gare o riassegnare le concessioni e neanche aumentare i canoni. L’emendamento è stato approvato dalla Commissione Bilancio della Camera all’unanimità, con il solo dissenso del partito di Carlo Calenda, non rappresentato in Commissione.

Stando ai dati forniti da Calenda lo Stato ogni anno incassa solo 100 milioni di euro dalle concessioni pagate da chi gestisce gli stabilimenti balneari in base a concessioni che si tramandano di padre in figlio. Che i canoni pagati siano irrisori è testimoniato da alcuni dati forniti dallo stesso leader di Azione. Una nota spiaggia per vip paga 4500 euro l’anno con un costo di circa 3000 euro per ombrellone a stagione… Un altro rinomato lido fattura 4 milioni di euro ma allo Stato paga 17mila euro. E così via.

Insomma, lo Stato gestisce i suoi beni che dà in concessione ai privati non con l’oculatezza del buon padre di famiglia che deve valorizzare al meglio ciò di cui dispone per trarne il maggior vantaggio possibile. Eppure il rilascio della concessione è uno strumento potentissimo che lo Stato ha nelle mani. Se il bene da affidare in gestione è ritenuto dai privati molto interessante, lo Stato dovrebbe sfruttare al massimo le regole della concorrenza e cercare di affidare la concessione a chi paga di più e si accolla una serie di importanti compiti che vanno nella direzione della tutela, conservazione e valorizzazione del bene pubblico affidato in gestione.

In base a questa sana filosofia delle concessioni, ad esempio, sarebbe lecito aspettarsi da chi gestisce le nostre spiagge a prezzi stracciati una cura adeguata degli arenili non solo quando ci sono gli ombrelloni… E magari anche un concorso di spese con lo Stato per la difesa delle spiagge dall’erosione e dall’inquinamento.

Ogni concessione dovrebbe essere all’insegna di trasparenza e pubblicità. I cittadini dovrebbero sapere quanto paga il concessionario e che impegni ha preso con lo Stato per ottenere di gestire quel bene pubblico. Ma questo non succede.

Bisognerebbe rendere più efficaci i controlli dello Stato sulle attività svolte dal concessionario e sanzionare con rapidità e efficacia inadempienze che aggravandosi possono portare a tragedia o danni elevati per la collettività.

La durata delle concessioni andrebbe calibrata in relazione ad un meccanismo a punti per cui , nel corso della concessione,  si potrebbe prevedere un allungamento – o accorciamento- della stessa in relazione a particolari performance raggiunte dal gestore. Questo costituirebbe un incentivo a fare meglio di quanto previsto dal contratto con lo Stato.

Sullo sfondo rimane il problema della Direttiva Bolkenstein che dal 2010 prevede l’obbligo di rimessa in gara di una serie di concessioni. I suoi nemici dicono che l’Italia rischierebbe di essere colonizzata da chi fa prezzi stracciati. In realtà la paura della concorrenza spesso copre solo interessi corporativi.  La qualità del servizio che gli italiani sanno offrire-quando vogliono e si mettono d’impegno- non ha nulla da temere in confronto a quello che può essere proposto da altri Paesi. Il sistema delle gare costringerebbe tanti soggetti a mettersi insieme per generare economie di scala ed avere una maggiore disponibilità di risorse da investire nella gestione del bene in concessione. È profondamente sbagliata l’idea che una famiglia di balneari possa essere più brava di un consorzio di soggetti che operano nel settore e che si mettono insieme per vincere una gara offrendo prezzi equi e standard elevati del servizio pubblico, migliorando la tutela e la valorizzazione delle spiagge.

Senza vera concorrenza le concessioni rischiano di diventare regali dello Stato a danno della collettività.

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