sabato, 28 Novembre, 2020
Economia

La burocrazia condanna l’Italia alla decrescita. Confcommercio: inefficienze e scarsa qualità dei servizi costano 70 miliardi l’anno

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Se prima la burocrazia era una palla al piede che imponeva rompicapi, scartoffie e un rapporto di inquietudini con la pubblica amministrazione, oggi il problema diventa la tenuta economica della Nazione. A mettere in fila i dati, le cifre e i rischi è la Confcommercio che parla di: “Inefficienze e scarsa qualità dei servizi erogati dalla pubblica amministrazione impattano sulla crescita del nostro Paese con una perdita di circa 70 miliardi di euro di Pil”. Così accade che su 36 Paesi Ocse, l’Italia scivola al terzultimo posto passando dalla ventesima alla 33esima posizione. L’analisi, puntuale e chiara, è dell’Ufficio Studi Confcommercio sulla qualità della burocrazia e sull’impatto sulla crescita economica del Paese.

“Il risultato”, si rivela nella nota, “è che non solo siamo piuttosto distanti dalle migliori posizioni ma, cosa ancora più grave, scendiamo in graduatoria con il passare del tempo. Su 36 Paesi Ocse, l’Italia scivola dalla mediocre 26esima posizione del 2000 alla pessima 33esima, cioè al terzultimo posto, nel 2018. Il livello della qualità della burocrazia è dunque ben lontano dallo standar delle migliori tra le economie avanzate”.

Il documento del Centro studi della Confcommercio, non si limita solo a far di conto ma scandaglia il problema burocrazia declinando il tema in contesti che risultano pericolosamente intrecciati.
Corruzione, legge e burocrazia i tre pilastri, che sorreggono una situazione sempre più instabile.

Le valutazioni sulla qualità della burocrazia nel confronto internazionale vengono, infatti, ricavate dal Quality of government index dell’Università di Goteborg, indicatore composto da tre pilastri: livello di corruzione, caratteristiche della legislazione e osservanza della legge, qualità della burocrazia in senso stretto.

Sotto accusa finiscono i ritardi su innovazione e capitale umano, “i ritardi del nostro Paese sull’innovazione tecnologica e sul capitale umano della Pubblica amministrazione, con inevitabili ricadute negative sulle performance della burocrazia e, di conseguenza, con un pesante impatto sulla crescita”. Se fosse possibile liberarsi dalla burocrazia inutile, allora l’Italia potrebbe risorgere e avere maggiore disponibilità economica, maggior benessere per i cittadini e risorse maggiore per le imprese. “Se l’Italia avesse, ad esempio, la stessa qualità dell’amministrazione della Germania, tra il 2009 e il 2018 la crescita cumulata sarebbe stata del 6,2% invece del 2,3% e il livello del prodotto lordo sarebbe più elevato di circa 70 miliardi di euro”, secondo la Confcommercio. Naturalmente ne uscirebbero di gran lunga migliorati i conti pubblici. Con una migliore burocrazia si avrebbero inoltre evidenti benefici anche per i conti pubblici, dice la nota. “Infatti, una maggiore crescita del Pil”, sottolinea la Confcommercio, “genererebbe maggiori entrate, minore disavanzo e, dunque, minore debito sia come dimensione dello stock, sia in rapporto al Pil. In conclusione”, osservano gli analisti del Centro studi di Confcommercio, “ci sono ampi margini per migliorare il benessere economico del Paese e questo si può fare con strategie che non richiedono maggiori risorse o ricette fantasiose: una delle più profittevoli e di lungo termine consiste semplicemente nel migliorare la qualità della pubblica amministrazione”.

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