martedì, 18 Maggio, 2021
Politica

Il travaglio dei 5 Stelle merita rispetto

Il Movimento 5 stelle, fondato il 4 ottobre del 2009 da Beppe Grillo e dal compianto Gian Roberto Casaleggio, è un partito giovanissimo che in pochi anni si è trovato addosso non solo una valanga di voti ma anche un carico di responsabilità pubbliche sproporzionate rispetto alla sua esperienza e di difficile gestione.

L’etichetta di partito è sempre stata mal digerita dai seguaci di Grillo perché loro si sono sempre percepiti, descritti e proposti come “diversi” dagli altri soggetti politici, una diversità   quasi “ontologica” che li rendeva di diritto “totalmente altri” rispetto alla classe politica. Lo stesso loro statuto ha ben poco a che vedere con quelli di altri partiti.

La diversità grillina è stata una delle carte vincenti del loro successo elettorale e ha fatto leva su due sentimenti contraddittori dell’elettorato: l’antipolitica e la voglia di essere comunque rappresentati nelle istituzioni ma da persone che non avevano avuto nulla a che fare con i vecchi partiti.

Entrati prima in Parlamento nel 2013 e poi, due anni fa, nelle stanze dei bottoni del Governo, i 5 Stelle sono stati costretti a toccare con mano i problemi, a misurare le loro predicazioni con la realtà e anche a confrontarsi al loro interno.

Nessun soggetto politico riesce a mantenere una identità monolitica quando dalle piazze passa dietro le scrivanie per tentare di risolvere problemi. Sono inevitabili due conseguenze: opinioni divergenti su come affrontarli e contrasti per motivi di potere. Non c’è nulla di male in tutto questo, se il dibattito interno e anche i bilanciamenti dei rapporti di forza sono finalizzati a migliorare la qualità delle decisioni nell’interesse pubblico e a rendere più vivace la democrazia interna.

Probabilmente i seguaci di Grillo non avevano mai pensato che questo potesse succedere, anche perché il loro leader carismatico li aveva sempre coperti paternamente con l’ombrello dei suoi messaggi unificanti e semplificati.

Ma nella vita si cresce, per fortuna. E questo sta succedendo anche i 5 Stelle ed è un bene per il Paese. La democrazia funziona meglio se tutte le forze politiche sono realmente democratiche al loro interno e se le diverse sensibilità e anche i complicati rapporti di forza stimolano una migliore qualità dell’elaborazione programmatica e della classe politica. Le correnti della Dc per anni sono stati luoghi di elaborazione politica stimolanti; la degenerazione del correntismo fu in gran parte provocata dalla “inamovibilità” della Dc come partito di governo, dovuta all’impossibilità di sostituirla con un Pci che si era autoescluso avendo scelto il blocco sovietico e il comunismo come punti di riferimento.

Non c’è né da scandalizzarsi né da irridere di fronte al travaglio che da mesi sta agitando i 5 Stelle e che ha subìto una forte accelerazione con la “discesa in campo” di Alessandro Di Battista.

Il dibattito va guardato con rispetto. Per quanto possibile, bisogna stimolare i 5 Stelle ad elevare di qualità il loro confronto interno e a non ridurlo a baruffe di leader in cerca di visibilità e potere.

È un’occasione di crescita non solo per il Movimento, nato 11 anni fa, ma anche per la democrazia italiana nel suo complesso.

I 5 Stelle dovranno “secolarizzarsi”, accettare di considerarsi uomini tra gli uomini, politici tra i politici, ma senza per questo perdere la loro carica ideale che, anzi, devono riscoprire. La politica ha sempre bisogno di supplementi di anima. Se i 5 Stelle riescono a portare forza morale e ideale nella politica va benissimo. Ma lo facciano con umiltà e con saggezza, non cavalcando tigri populiste indomabili né abbandonandosi a elucubrazioni lontane dalla realtà.

Nessuno di noi è puro per definizione. E chi pretende di esserlo mente a sé stesso e agli altri. Ma ciascuno di noi può e deve essere “migliore” sentendosi uguale agli altri ma cercando di non imitarli nei difetti e imparando dagli errori altrui e propri.

I 5 stelle sono di fronte a questa svolta storica: possono diventare un partito “migliore” o restare nella mendace e infantile illusione di essere “diversi” per autodefinizione.

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