domenica, 5 Luglio, 2020
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Dopo i fasti del lanciafiamme, del cinghialone e di tutte le straordinarie battute che lo avevano improvvisamente elevato al rango di governatore più ammirato d’Italia, in fase di lockdown, negli ultimi tempi Vincenzo De Luca sembrava come se improvvisamente si fosse appannato. Ed anche la sua carica da sceriffo era come spenta. “Apro tutto” era stata la sua Waterloo. Con qualche delusione da parte dei suoi sostenitori, vecchi e nuovi.

Ma nelle ultime ore tante cose sono cambiate. Tanto per cominciare gli ha messo il bastone tra le ruote il governo, che ha rinviato le elezioni a settembre e lui invece avrebbe voluto riscuotere nell’immediato e con certezza i vantaggi che gli sono derivati dalla sovraesposizione mediatica ai tempi del Coronavirus. Fino a settembre può succedere di tutto, il suo ragionamento. Ma visto che il governo non vuol sentire ragioni, deve essersi messo l’animo in pace. E quindi di nuovo sotto, a riconquistare simpatie. Poi avrà anche riflettuto sul fatto che in cima alla graduatoria dei governatori più amati dagli italiani si è visto scavalcare dal veneto Zaia, con il quale invece divideva, ex aequo, la prima posizione. Un affronto. Ma anche il segnale di una popolarità decadente. Ed anche su questo punto deve aver riflettuto. Correva inoltre seriamente il rischio che Crozza potesse riprendere il sopravvento. Mai! Ormai l’originale per tutti era meglio dell’imitatore e tale doveva restare.

Di qui, evidentemente, la decisione di passare al contrattacco. E nelle ultime ore è stata tutta un’esplosione di gags alla vecchia maniera che lo hanno riportato agli onori delle cronache extraregionali.

Il top lo ha raggiunto con il giudizio sugli assistenti volontari, infelicemente proposti dal ministro Boccia e caduti (speriamo definitivamente) nel dimenticatoio dopo la salva di contestazioni che hanno fatto seguito all’annuncio.

Sentitelo, De Luca: «Il governo ci apre il cuore alla speranza, ha deciso questa straordinaria operazione mistica: 60 mila assistenti volontari. Che faranno? La multa a chi non indossa mascherina? No. Possono intervenire a controllare la movida? No. Possono regolamentare traffico? No. E allora cosa devono fare? Faranno gli esercizi spirituali: andranno in giro con il saio con la scritta “Pentiti” nei mercati di frutta. Si sono fermati alla scuola del niente e si occuperanno del nulla. Mi auguro non bussino alle porte di casa alle 15 durante alla pennichella». «Possiamo consolarci – ha aggiunto De Luca – perché il governo ridà vita dopo otto secoli al movimento degli spirituali, gli allievi di Umbertino da Casale e Jacopone da Todi che andranno in giro per i centri storici a portare buone novelle».

Impareggiabile. Ha riesumato non tanto Jacopone da Todi, che compare ancora in tutte le storie della letteratura italiana che i liceali di oggi dovrebbero studiare (il condizionale è d’obbligo), ma tal Ubertino da Casale, un carneade, noto più che altro per essere un personaggio immortalato da Umberto Eco e protagonista del celeberrimo “Il nome della rosa”. Insomma un predicatore, una figura mistica da assimilare a quella evanescente degli ausiliari di bocciana invenzione.

Poche ore prima di questa esilarante uscita sugli assistenti volontari il governatore si era esibito, con il suo solito stile sulla movida, che rappresenta il suo grande tormento: «Un saluto affettuoso ai ragazzi e alle ragazze, se vi vendono vodka a 50 centesimi sappiate che non viene distillata a San Pietroburgo ma nelle reti fognarie della nostra città». Grande anche in questo caso. Anche se proprio sulla movida si è andato ad infilare in una grottesca rissa con de Magistris, che sta recando danno ad entrambi e soprattutto ai napoletani.

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