domenica, 11 Aprile, 2021
Società

L’irrazionale ricerca della normalità: l’inquietudine del back to home

Normalità. C’è un disperato bisogno di normalità. Dopo due mesi di lock-down e inoperosità la società lamenta il desiderio di un ritorno alla normalità: il ritorno alle proprie abitudini, sicurezze e ritmi di vita. È del tutto umano il sentimento di ricerca della normalità, ossia di sicurezze a fronte delle paure che si sono scatenate con la Pandemia: paura per la propria e altrui salute, per il lavoro, per i profili economici e sociali, per la ripresa dell’educazione scolastica dei figli, di mettersi in discussione, di ricominciare da zero.

Paura di amare il mondo per come è!

La normalità (da intendere come desiderio di sicurezza) si contrappone così alle paure e alle fragilità che accompagnano il cammino dell’umanità da sempre. Una irrazionale ricerca di normalità guardando però al passato delle proprie abitudini ed agli schemi dell’io interiore (back to home) in relazione con gli altri: le inquietudini (restlessness).

Anche la libertà di Culto è stata travolta dal lock-down: per fortuna non la Fede. Questa è una solida speranza che rivedremo le nostre Chiese piene di fedeli e le nostre tradizioni e pratiche religiose rifiorire, anche se una riflessione sull’associazionismo cattolico va fatta.

Per poter ripartire dopo il lock-down serve ammettere, innanzi tutto a se stessi, che occorre costruire una nuova normalità.

Quella che conosciamo e che abbiamo vissuto è, infatti, la normalità del passato: il tempo non torna indietro; il tempo scorre come l’acqua in discesa, dall’alto al basso (non è solo questione di fisica). La storia dell’umanità è intrisa della sapienza del saper andare avanti: dal giorno del parto, si rompe una normalità e se ne costruisce un’altra in avanti.

Incassato il colpo del lock-down con resilienza (resiliency), questa energia deve ora tradursi in una capacità di re-immaginare (re-imagine) e ri-pensare (re-think) una capacità personale che deve sommarsi alle altre (collettiva) da un legame sociale indissolubile (patto sociale) cementificato da una nuova fiducia (trust): nella buona politica, nella burocrazia, nel fisco, nel corretto funzionamento della giustizia, nel sistema economico-bancario-assicurativo, nel sistema sanitario, nel sistema industriale e produttivo, nelle associazioni di categoria, nel mentoring basato sul merito, nell’uso dei dati e nella tutela della privacy con la tecnologia 5G e le App di geolocalizzazione, nell’esercizio della libertà di culto e di manifestazione della “Fede”.

Fiducia soprattutto nel sistema educativo (non solo scolastico): la società dei bambini e degli adolescenti è la parte di umanità che più sta pagando il prezzo di questa fase in attesa di un ritorno alla normalità.

Le strade sono ancora deserte e le attività produttive ferme: interi quartieri silenti; l’occupazione è stata travolta e, con essa, ogni sicurezza.

Prima ancora di lavorare sulle leve del debito pubblico e sulla contribuzione di modelli di sostegno a pioggia ed a fondo perduto, urge ricostruire un rapporto di solida fiducia (trust) in modo selettivo e sistemico, al netto delle questioni più strettamente politiche o costituzionali che hanno caratterizzato il lavoro dell’Esecutivo, tra decreti-legge e DPCM, come è emerso nelle recenti informative del Premier alla Camera e al Senato e nei dibattiti parlamentari che ne sono seguiti.

L’impegno fisico e mentale nel fronteggiare l’emergenza sanitaria evidentemente ha sottratto all’Esecutivo ed alle forze politiche la capacità di raccogliere la vera istanza della società che chiede di tornare alla normalità: che non è la normalità delle vecchie abitudini.

Non torneremo alle vecchie abitudini e serve, quindi, infondere sicurezza: quella sicurezza che poggia le fondamenta in una solida fiducia.

La ripresa economica e la ricostruzione dopo la seconda guerra mondiale, dai racconti di chi l’ha vissuta e nella memoria di chi ha avuto la fortuna di ascoltarli, si è basata sulla capacità di lasciarsi alle spalle il passato e le sue ferite, nei nuovi legami sociali (soprattutto tra i giovani che quella esperienza l’avevano vissuta) e nella fiducia in un sistema che avrebbe saputo trovare e realizzare le nuove risposte.

Dopo la Fase 1 del lock-down, quello che si sarebbe atteso già dalla Fase 2 e che non può più attendere settembre, anche sul piano delle scelte politiche, è la traiettoria della normalità e della sicurezza che si infonde lavorando sulla capacità di tradurre l’energia della resilienza (dopo aver incassato il colpo) in capacità di re-immaginare e ri-pensare la normalità del domani.

Renzo Piano ha saputo tradurre questo bisogno di nuova architettura fisica, emotiva e sociale: non ancora la Premiership e l’indirizzo politico ed economico espresso che egualmente ora devono saper tradurre con urgenza questa medesima capacità.

È caduto il ponte delle sicurezze della normalità: qui si giocherà il punto di vera svolta nella ricerca di (o nel ritorno ad) una nuova normalità tra Politica e Società, tra Esecutivo e Sistema industriale-produttivo, tra Fisco e Contribuenti, tra Scuola e Famiglie.

Occorre iniziare a ri-pensare e re-immaginare: costruire il domani innanzi tutto offrendo sicurezze sotto il profilo educativo e pedagogico ai nostri figli, i grandi esclusi dal tema della ripartenza pur essendo loro gli artefici del domani. Anche in questo la nostra società denota una curiosa fragilità nel non saper più costruire ponti tra generazioni, fossilizzata come è sul presente ed incapace di guardare avanti per il futuro di quelli nati nel 2020: un anno che farà parte della memoria dell’umanità.

 

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