domenica, 26 Settembre, 2021
Attualità

RIAPRIRE MA CON PRUDENZA E RIGORE

I dati sulla frenata dell’epidemia in Italia dimostrano che il lockdown ha funzionato come intervento di urgenza per frenare il dilagare dei contagi. Ma la situazione non è ancora sotto controllo.

Tutt’altro. Sappiamo che dovremo convivere con il virus per almeno 1 anno, fino a quando non ci sarà un vaccino efficace e non sarà registrata una immunità di gregge dovuta sia alla vaccinazione di massa sia all’immunizzazione conquistata da chi ha avuto a che fare col virus e ha sviluppato anticorpi. Nel frattempo potrebbero arrivare farmaci antivirali e nuove tecniche terapeutiche in grado di gestire meglio le persone ammalate.

Intanto il rallentamento dei contagi consente agli ospedali di alleggerirsi da un sovraccarico mostruoso e al personale sanitario di potersi in parte riposare e riorganizzare senza la pressione di un’emergenza estrema.

E adesso cosa si può fare? Non c’è una ricetta rigida, tipo aprire tutto oppure continuare a tenere tutto chiuso. Si deve procedere con buon senso, razionalità, prudenza e rigore evitando scelte estremiste.

Di fronte ad un’epidemia violenta e a rapidissima diffusione, il compito di uno Stato non è quello di raggiungere il prima possibile l’immunità di gregge come aveva proposto Boris Johnson, mettendo nel conto un numero intollerabile di morti. Il primo obiettivo è salvare il maggior numero possibile di vite umane.

Quindi il lockdown è stato indispensabile per non far esplodere gli ospedali, anche se è arrivato con 15 giorni di ritardo. da un mese in qua, però, si sono fatti notevoli passi avanti. Le unità di terapia intensiva sono quasi raddoppiate: erano 5.579 ora sono 9284 e continuano ad aumentare mano a mano che vengono prodotti in Italia ventilatori e apparecchiature per la respirazione. Nei reparti di malattia infettiva e pneumologia c’erano 6.198 posti letto, ora sono 34.320.

La dotazione di dispositivi per la protezione individuale per il personale sanitario si sta normalizzando e nel giro di una settimana ci saranno-era ora- mascherine per tutti. La diagnostica sta facendo passi enormi e breve avremo la possibilità di effettuare analisi sierologiche di massa. Tutto questo significa che siamo oggi in grado di gestire l’epidemia con minore affanno e maggiori possibilità di controllarne la diffusione. Questo autorizza a pensare che alcune attività possano essere riaperte a condizione che siano rispettate rigorosamente regole: il distanziamento sociale, l’uso di mascherine, di guanti e una ferrea igiene personale.

Tocca al Governo individuare quali attività e in quali zone si possano far ripartire, con gradualità, affidando alla responsabilità congiunta di sindacati e datori di lavoro la sottoscrizione di accordi che certifichino l’esistenza nei luoghi di lavoro delle condizioni sanitarie necessarie. Questo non significa liberi tutti.

Ma sicuramente un lieve allentamento del lockdown è necessario, soprattutto nel settore della produzione manifatturiera. Per quanto riguarda il commercio si possono avviare graduali riaperture fissando anche per queste attività rigide regole. Naturalmente servono controlli severi con sanzioni ad effetto rapidissimo, come l’immediata chiusura delle aziende e degli esercizi commerciali fuori norma.

È prevedibile che una riapertura prudente possa far risalire la curva dei contagi. Ma se questo avviene in misura estremamente contenuta non costituisce un problema grave perché le strutture e il personale
ospedaliero sono oggi in grado di assorbire senza stress un’onda di ritorno che non sia uno tsunami.

Peraltro occorre tener conto che sarebbe preferibile avvicinarsi alla stagione influenzale con una maggiore copertura di immunizzati, ma da questo punto di vista il lockdown costituisce un ostacolo perché rallenta i tempi dell’immunità di gregge.

Poiché però non è né pensabile né auspicabile che la chiusura totale possa continuare per altri mesi, in assenza di dati certi possiamo ipotizzare questo scenario. Il virus circola in Italia dai primi di gennaio con un R0 pari a 3, cioè elevata contagiosità. Solo dal 21 febbraio abbiamo cominciato a preoccuparcene e solo da un mese abbiamo azionato il freno d’emergenza che sta dando i risultati adesso. Sono quindi 3 mesi che il virus si è potuto diffondere: fino al 12 marzo in totale libertà poi con crescente difficoltà. Quindi è ipotizzabile che alcuni milioni di italiani lo abbiano in vario modo incrociato. Quanti? 5-10 milioni?

Con uno screening di massa nel giro di due mesi potremmo saperlo. Se questo numero potesse crescere in maniera non vorticosa ma lenta non sarebbe del tutto un male perché potrebbe farci arrivare a novembre con un 30/40% della popolazione di fatto immunizzata. E questo rallenterebbe ulteriormente la diffusione del virus proprio nel periodo peggiore, quello invernale, quando gli stili di vita, il freddo e le normali influenze creano le condizioni ideali per una nuova esplosione dell’epidemia. Insomma, riaprire con oculatezza serve non solo a riattivare l’economia e a dare possibilità a tante famiglie di avere reddito, ma anche a consentire un aumento controllabile della immunizzazione senza esplosioni di violenti focolai.

Ci vuole collaborazione di tutti, aziende, lavoratori, Regioni, scienziati e soprattutto rapidità di decisioni da parte del Governo, in un’azione elastica di possibile stop and go e di interventi caso per caso.

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