sabato, 11 Luglio, 2020
Economia

Il futuro del capitalismo

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Dopo il grande crollo del 1929 il capitalismo dell’epoca fu sottoposto ad una forte correzione imposta dal modello keynesiano mediante un massiccio intervento di investimenti pubblici a sostegno dell’economia.

Quel modello ha aiutato l’economia americana a riprendersi dal disastro e ha ispirato anche parte delle politiche economiche del dopoguerra in Europa non solo in Italia (IRI) Regno Unito (Welfare State) ma anche in Francia e soprattutto in Germania con l’economia sociale di mercato.

Nel corso degli anni Ottanta e Novanta la componente pubblica nelle economie di mercato è stata sempre più ridimensionata col ricorso a privatizzazioni che, insieme alle liberalizzazioni, avrebbero dovuto togliere qualsiasi freno per consentire al sistema di generare enorme valore. Così è stato, fino ad un certo punto.

Un eccesso di mano libera al settore privato, soprattutto nell’ambito finanziario, ha portato ad una folle sregolatezza che ha fatto esplodere, nel 2008, la grande crisi iniziata con i mutui sub-prime negli USA e diventata una sorta di pandemia dei mercati finanziari.

All’indomani del fallimento di Lehman Brothers il governo americano intervenne con oltre 800 miliardi di dollari per evitare l’effetto domino e salvare non solo banche e assicurazioni ma anche settori importanti delle aziende manifatturiere. Il capitalismo americano veniva salvato, ancora una volta, da un pesante intervento pubblico. Subito dopo lo shock si disse che bisognava riscrivere le regole della finanza per evitare lo strapotere dell’economia di carta inquinata da titoli tossici. Ben poco si è fatto per correggere quelle storture, amplificate peraltro dagli sviluppi della tecnologia, con sistemi di compravendita di titoli automatizzati o estremizzati mediante algoritmi incontrollabili e high frequency traders.

Il capitalismo con cui abbiamo convissuto negli ultimi 10 anni è stato sempre più libero da vincoli – salvo quelli delle norme antitrust, particolarmente severe in Europa – e totalmente concentrato a massimizzare la “creazione del valore per gli azionisti”, cioè il profitto, anche per effetto di una spietata competizione internazionale dovuta alla globalizzazione. Sembrava una gioiosa macchina da guerra che aveva trascinato in questo trionfo dell’iniziativa privata perfino la più popolosa dittatura di tipo comunista.

Cosa poteva augurarsi di più il capitalismo? Aveva sconfitto il comunismo sovietico senza sparare un colpo di pistola, aveva fatto cambiare idea agli eredi di Mao semplicemente invitandoli al banchetto. Tutto andava per il meglio, o quasi.

Certo i top manager guadagnavano troppo, 2000 volte più dei loro dipendenti. È vero che parte della classe media si andava “proletarizzando”. È vero che il lavoro veniva sempre meno pagato e che tanti -soprattutto giovani- erano costretti a vivere di lavoretti della innovativa gig economy. È vero anche che i bilanci statali andavano appesantendosi di debiti per lo scarso finanziamento fiscale delle spese pubbliche. Ma la barca andava. Poi è arrivato lui, il Coronavirus a guastare la festa. E l’ha rovinata a tutti e non si sa per quanto tempo. Con la consueta tempestività gli USA hanno messo mano al portafoglio e la FED ha assicurato che farà circolare tutti i dollari necessari senza alcun limite, svariati trilioni: il terzo pesante intervento pubblico nel regno dell’economia di mercato nell’arco di 100 anni, il secondo dopo solo 12 anni.

Il capitalismo del dopo-virus dovrà necessariamente cambiare. Non solo dovrà convivere con un forte intervento pubblico che non sarà solo un’iniezione una tantum e di breve durata di ricostituente monetario.

La mano pubblica resterà nel gioco dell’economia di mercato per parecchio tempo. Ma il capitalismo dovrà capire la lezione. Non può pensare che la mano pubblica intervenga col suo salvagente ad ogni crisi senza che il capitassimo si assume delle responsabilità “pubbliche”: se il capitalismo non si fa carico di contribuire a risolvere problemi cruciali, come quello della sanità, dell’ambiente e della tenuta del tessuto sociale esso rischia di crollare su se stesso come un gigantesco castello di carta.

Per colpa di una pandemia le economie sono ferme, ovunque, con una incalcolabile distruzione di ricchezza che travolge non solo le frange meno tutelate ma anche ampie fasce di imprenditoria e di commercio.

Prendiamo il caso di giganti: le compagnie aeree, tutte praticamente fallite, i produttori di aerei, tutti praticamente vicine alla bancarotta, e l’intero settore dell’automotive sull’orlo del baratro.

Il capitalismo dovrà capire che se non si occupa di contribuire in maniera seria alla sanità pubblica e ad un minimo di sicurezza sociale rischia di non poter più funzionare. Il culto del totem del profitto ha senso se la creazione di valore non serve solo a far sorridere gli azionisti ma anche a far funzionare l’intero sistema sociale.

Cosa comporta questo per i protagonisti dell’economia di mercato? Non solo un’adeguata e più equa politica fiscale ma una responsabilizzazione diretta e non delegata solo allo Stato nella gestione e soluzione di problemi cruciali, come la sanità e la sicurezza sociale. È una svolta storica, un cambiamento profondo di mentalità, una trasformazione genetica del capitalismo che da mero meccanismo privato di allocazione ottimale delle risorse deve assumersi responsabilità “pubbliche” e gestire insieme allo Stato i problemi che da solo le strutture pubbliche non riescono più a fronteggiare. Da adesso in poi, pubblico e privato sono costretti a darsi una mano per assicurare ai sistemi sociali e politici un “benessere” non solo misurato in termini di PIL pro-capite ma in termini di servizi efficienti essenziali che devono comunque essere garantiti ai cittadini, tutti a cominciare dalla tutela della salute.

La riflessione è solo all’inizio.

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