domenica, 20 Settembre, 2020
Società

App anti-contagio e rispetto della privacy

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Si sta discutendo molto della introduzione di una App per individuare le aree di maggior contagio da Covid-19. Ma quali caratteristiche dovrà avere per essere in linea con le norme a tutela della privacy. Ne abbiamo parlato con il professor Ruben Razzante, docente di Diritto dell’informazione all’Università Cattolica di Milano e fondatore del portale www.dirittodellinformazione.it.

 

Il professor Ruben Razzante, docente di Diritto dell’informazione all’Università Cattolica di Milano

Professore, in questo momento di emergenza in cui bisogna trovare tutti i sistemi per limitare il contagio è giusto tirare in ballo il rispetto della privacy?
“Nelle situazioni di emergenza si varano misure straordinarie che però rischiano di diventare definitive e di cancellare conquiste di decenni. Affidare alle tecnologie la delimitazione dei confini dei diritti individuali è sempre un rischio. È evidente che in questa fase di emergenza la privacy possa temporaneamente essere sacrificata per assicurare standard più elevati di protezione della salute. Tuttavia, un conto è la raccolta dei dati aggregati e in forma anonima, già consentita dalle leggi vigenti a livello europeo e nazionale in casi di emergenze sanitarie come quella che stiamo vivendo. Altra cosa è l’utilizzo prolungato nel tempo, da parte dello Stato e degli operatori telefonici, di nostri dati che svelano particolari estremamente intimi della nostra vita”.

Vale a dire?
“Si possono utilizzare le app per monitorare e combattere più efficacemente la diffusione del virus, anche preservando uno zoccolo duro di riservatezza rispetto alle nostre abitudini, alle nostre frequentazioni, al nostro sentire, alle nostre opinioni. Una via di mezzo è possibile, attraverso una maggiore responsabilizzazione dei singoli utenti rispetto a rischi di contagio e investendo l’Autorità garante della privacy di un delicato compito di sorveglianza sul corretto e proporzionale uso dei dati degli utenti da parte di chi li raccoglie e di chi sta combattendo questa disastrosa pandemia, quindi degli operatori telefonici e della protezione civile”.

Come giudica i passi compiti finora?
“Per raggiungere tale obiettivo bene ha fatto il Ministero per l’innovazione a promuovere una call per aziende, enti di ricerca e altri soggetti pubblici e privati potenzialmente in grado di elaborare soluzioni tecnologiche efficaci e compatibili con un sufficiente livello di protezione della privacy. Tuttavia, occorre chiarire fin da ora che per introdurre misure così invasive non può bastare una delibera della protezione civile ma è necessaria l’emanazione di una legge ordinaria o, vista l’urgenza, di un decreto legge, sul cui contenuto coinvolgere comunque fin da subito il Parlamento. Inoltre bisognerà vigilare affinché il trattamento dei nostri dati avvenga secondo criteri di proporzionalità e per il tempo strettamente necessario, quindi fino alla cessazione delle misure restrittive della libertà personale e non oltre. Qualora si decidesse di coinvolgere anche i colossi del web, è opportuno accertarsi che l’utilizzo di queste informazioni da parte di tali piattaforme avvenga nel rispetto delle normative vigenti, dunque per le finalità dichiarate e non per attività di profilazione intrusiva”.

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