martedì, 20 Ottobre, 2020
Attualità

Tornare alla dimora per abitare il progresso

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In questo periodo di sconvolgimento epocale, originatosi dalla crisi delle democrazie e ancor di più acuito dalla pandemia mondiale che stiamo vivendo, è necessario più che mai fermarsi a riflettere per risalire alle origini del problema e formulare delle soluzioni consapevoli. È significativo che il termine crisi derivi dal verbo greco krino, che significa “scegliere”, e in primo luogo “separare”: un periodo di crisi è dunque un periodo che ci chiama a compiere delle scelte, a separare l’utile dall’inutile, per indirizzare un nuovo cammino, che parte dall’oggi, dalle decisioni che prendiamo nel presente.

La lezione di chi è venuto prima di noi e ha fatto esperienza di cosa voglia dire confrontarsi con la complessità della vita umana può offrirci un supporto, una base stabile per poter ridefinire i nostri obiettivi. È il lavoro che compie con successo François-Xavier Bellamy, membro del Parlamento Europeo, che, grazie ai suoi studi umanistici e alla sua esperienza politica, ci offre un’articolata visione del mondo in cui viviamo e una soluzione alla crisi che sta attraversando nel suo ultimo libro tradotto in italiano, Dimora. Per sfuggire all’era del movimento perpetuo (Itaca – FDG, 2019). 

Come osserva Bellamy, la società attuale ripone la sua essenza nel cambiamento. Il cambiamento è diventato per noi il valore principale, la norma dell’essere. Tuttavia, questo principio rivela la sua intrinseca transitorietà. Basti pensare a termini fondamentali per la nostra società, come “moda” e “moderno”, che derivano dall’avverbio latino modo, “recentemente”. Ciò che è recente non è ancora provvisto di solide basi, può mutare e scomparire, lasciando un vuoto. Il terreno su cui poggiamo oggi è dunque instabile e incerto

I politici rispondono alle nostre insicurezze promettendo il cambiamento. Ma il cambiamento per che cosa? La direzione verso cui conduce la marcia febbrile in cui siamo coinvolti è sconosciuta, la meta è indeterminata, sfuma in un orizzonte incerto. Il movimento, senza un obiettivo, non ha davvero ragione di essere: è movimento per il movimento. Chi si ferma viene considerato un traditore, un fallito

Il dibattito politico viene scarnificato, privato di senso e si riduce ad una semplice opposizione tra chi avanza e chi vuole fermarsi o tornare indietro. Una banale polarità che riduce all’osso quello che dovrebbe essere un vero dibattito politico, basato su un fertile dialogo alla maniera socratica, in cui si cerca insieme la verità.

La vera politica si fa infatti chiedendosi dove vogliamo andare, quale sia la direzione verso cui puntiamo, costruendo un cammino che parte dalle nostre parole e azioni quotidiane. 

Bellamy ci ricorda, però, che per avere un punto d’arrivo, bisogna aver chiaro in primo luogo il punto di partenza. È necessario avere delle basi spirituali, legate alla nostra intimità, alla nostra essenza. Sono le nostre radici: la famiglia, il Paese, il mondo. In una parola: la nostra dimora. Il posto che abitiamo. E anche in questo caso, come per “crisi”, “abitare” rivela un’etimologia pregna di significato: deriva dal latino habitare, “continuare ad avere”. Ciò che abitiamo, la nostra dimora, è ciò che resta. Quando tutto ci scorre addosso, o ci si sgretola tra le mani, o ci crolla sotto i piedi, la nostra dimora resiste. È il luogo al quale possiamo continuamente ritornare, che non cambia indirizzo. Bisogna dunque vivere i nostri luoghi, quelli dell’anima e quelli del mondo, salvare i punti fissi. Non si tratta di immobilizzarsi o di non riconoscere il valore del cambiamento. Al contrario, l’operazione che ci invita a compiere Bellamy ci permette di restituire un senso profondo al movimento e al progresso. 

L’ottimismo moderno, secondo il quale il cambiamento è sicuramente meglio di ciò che abbiamo adesso, si rivela in realtà una depressione collettiva. Non è infatti detto che il nuovo sia sempre meglio di ciò che abbiamo già in mano. Ed è per questo che esiste la politica: perché esiste un rischio nel futuro ed è quindi necessario valutare cosa sia opportuno conservare e cosa invece sia necessario migliorare. Per ridare senso alla politica bisogna adattare il mondo al cambiamento che vogliamo e non adattarci al mondo.

La superficialità dell’ottimismo moderno, che ripone le sue aspettative nel futuro, senza fondarle su solidi fondamenti, invita alla passività e alla rinuncia. A questo criterio dobbiamo sostituire la speranza, che è un’aspirazione spirituale e riempie di senso il nostro agire. La speranza ci deve illuminare e guidare come un faro, riportarci alla dimora, come base per farci vedere lontano, per abitare, nel senso etimologico del termine, con consapevolezza il progresso.

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