venerdì, 29 Maggio, 2020
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Covid-19: Io, guarita, vi racconto il mio incubo

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Da qualche tempo tutti un appuntamento fisso, dal quale, per ovvie ragioni, non possiamo prescindere: la conferenza stampa del capo del Dipartimento della Protezione civile, Angelo Borrelli, sull’andamento della diffusioni del Coronavirus in Italia.

Le reti televisive interrompono i programmi, senza contare le dirette social, fenomeno sempre più frequente.

Ai numeri ed alle tabelle è appesa la nostra speranza di poter vincere il “nemico invisibile” che si sta costringendo ad una esperienza molto simile alla detenzione domiciliare.

Una cosa va detta subito, a scanso di equivoci: le misure adottate dall’esecutivo nazionale e dai governatori regionali sono sacrosante e vanno accettate di buon grado, perché, per generale ammissione dei membri della comunità scientifica internazionale, rappresentano l’unico modo per spezzare la catena del contagio.

I dati diffusi domenica fanno ben sperare per il futuro, fermo restando il fatto che bisogna tenere la guardia alta. Ecco perché abbiamo pensato di proporsi la testimonianza di una donna che ce l’ha fatta. Una insegnante, una madre che, dopo diciotto lunghissimi giorni, è riuscita a riabbracciare il marito e i figli.

Come ha vissuto questa esperienza?
“Con grande ansia. Sono stata una delle prime pazienti ad essere ricoverata. All’inizio mi trovavo al terzo piano poi man mano che il numero dei degenti aumentava a ritmo vertiginoso sono finita al sesto. Avevo tanta paura, anche perché cominciavano a scarseggiare i respiratori con l’ossigeno. Per fortuna sono uscita dalla fase più critica ed oggi posso dire che il peggio è alle spalle”. 

È stata messa al corrente di quanto accadeva all’esterno della struttura?
“Quando ho saputo della morte del collega sono scoppiata in lacrime: è stata una botta tremenda. La mia guarigione ha lievemente attenuato il dolore di tutti per questa gravissima scomparsa”. 

Cosa le resterà di questa “avventura”?
“Tutto. Vorrei approfittare della vostra testata per ringraziare il personale dell’Ospedale Cotugno di Napoli che è stato eccezionale. In modo particolare la dottoressa Costanza Sbreglia e una infermiera di cui ricordo solo il nome: Sara”.

Perché è legata al ricordo di Sara?
Quando sono arrivata in ospedale non avevo praticamente nulla, al di fuori del vestito che indossavo e della borsa. La situazione è precipitata improvvisamente: non ho avuto nemmeno il tempo di organizzare un cambio o di portare lo spazzolino. Questa ragazza straordinaria si è attivata in maniera del tutto spontanea, consentendomi di affrontare e superare le difficoltà dei primi giorni. Poi dopo, grazie all’interessamento del sindaco di Trecase, Raffaele De Luca, gli operatori della protezione civile comunale mi hanno fatto avere tutto il necessario”.

In che modo passava le giornate?
“Trascorrevo il mio tempo fissando la parete bianca di fronte a me. Il pensiero correva ai figli ed a mio marito, agli amici e colleghi di lavoro. All’improvviso nella stanza entravano medici e infermieri per fare i prelievi, ovviamente muniti di tutti i dispositivi di protezione. Attraverso la

visiera riuscivo, comunque, a scorgere i loro occhi che mi hanno trasmesso sempre tanta fiducia”.

Cosa farà adesso?
“Per adesso i medici mi hanno prescritto dieci giorni di riposo assoluto. Mio marito dovrà, perciò, continuare ad occuparsi delle faccende di casa e dei figli, come ha fatto finora, in maniera davvero encomiabile. È anche un ottimo cuoco e, dunque, mi godrò i suoi piatti accanto ai mie figli che hanno sofferto molto la mia assenza. Poi si vedrà”.

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