martedì, 21 Settembre, 2021
Attualità

Meditazioni da fare in casa. Anche per i partiti

Abituati al ritmo frenetico della vita, essere costretti a fermarsi all’improvviso è un’esperienza che ci dà fastidio. Succede ogni volta che – anche per un banale raffreddore – siano bloccati in casa mentre il mondo intorno a noi continua col solito ritmo. Stavolta non è così: tutti fermi e per un lungo periodo. Il rumore di fondo delle città non si sente più, l’aria è tornata ad essere respirabile-se non fosse che invece del misurabile PM10 circola il misterioso Coronavirus. Tant’è. Ma visto che siamo fermi, possiamo e dobbiamo approfittarne per riflettere. Su che cosa?

Su ciò che conta, su noi stessi, sugli affetti, sui progetti da rivedere ma, soprattutto sui nostri difetti.

E qui non mi riferisco non solo a quelli personali con cui ognuno di noi deve fare i conti. I difetti cui dobbiamo dedicare qualche pacata meditazione sono quelli che riguardano la nostra vita associata, il nostro essere comunità nazionale, il modo in cui viviamo la sfera pubblica della nostra esistenza. Le situazioni di grave emergenza portano a galla tutto ciò che non funziona e con cui ci siano abituati, erroneamente, a convivere.

Il principale difetto del nostro essere italiani è quello del rinvio dei problemi e dello scaricabarile: è sempre colpa degli altri, se non si risolvono. Sappiamo di averne tanti, molti cronici, ma ci limitiamo ad affrontarli solo nella fase acuta quando è impossibile far finta di niente. E invece dovremmo cambiare questa abitudine. La logica del rinvio è illogica, come sbagliata è la terapia con i pannicelli caldi. Preferiamo non guardare in faccia alla realtà, nasconderci dietro qualche apparenza, far leva sulla nostra notevole capacità di adattamento che ci consente di galleggiare senza affondare fino a quando non arriva un’onda anomala che tutto travolge.

Lungo è l’elenco dei problemi con cui l’Italia si trascina da troppo tempo ma ci soffermiamo sui principali: l’enorme debito accumulato che pesa come un macigno e non consente di  spendere quando sarebbe indispensabile; una burocrazia lentissima, mastodontica che paralizza qualsiasi attività anche quelle di emergenza; un coacervo di numerosissime  e contorte leggi che diventa un labirinto in cui è difficile orientarsi; la confusione tra i poteri dello Stato che rende la catena di comando poco chiara e incapace di gestire situazioni complesse; una spesa pubblica gestita in maniera inefficiente con enormi sprechi anche nel settore della sanità. Sappiamo tutto questo da tempo ma oltre che a lamentarcene e a scaricare sugli altri la responsabilità non andiamo mai. E invece questi problemi andrebbero presi di petto e risolti una volta per tutte in un arco di tempo ragionevole.

La gravità di questi problemi è tale che trovare un consenso ampio sulla loro soluzione urgente non dovrebbe essere difficile. Eppure si preferisce litigare e non mettersi intorno ad un tavolo per individuare soluzioni che riportino alla “normalità” il nostro Paese. Passata l’emergenza del Coronavirus si dovrebbe aprire una stagione di grande concordia nazionale: tutte le forze politiche dovrebbero individuare un periodo di due tre anni massimo di tregua, durante i quali concordare sugli interventi straordinari sui problemi più gravi e cronici e impegnarsi a risolverli tutti insieme. È l’unica possibilità che abbiamo. Andare avanti a colpi di polemiche continue e inconcludenti peggiorerà sempre di più le condizioni dell’Italia.

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