venerdì, 16 Aprile, 2021
Società

Giudici in cella per capire il carcere

Cosa hanno in comune un giudice e un detenuto che sta scontando la sua pena? Apparentemente nulla, anzi si tratta, in teoria, di due mondi contrapposti: da una parte quello della legalità, dall’altro quello, oscuro, del crimine.

Eppure entrambi sono persone che amano, soffrono, sognano. Nonostante tutto.

Pur “chiusi”, i primi, entro il perimetro della legge da applicare; i secondi entro le pareti della cella all’interno della quale devono giocoforza trattenersi per un certo periodo.

Sette giudici della Corte Costituzionale, accompagnati dall’agente di Polizia penitenziaria Sandro Pepe, hanno incontrato i detenuti di sette istituti penitenziari italiani: Rebibbia a Roma, San Vittore a Milano, il carcere minorile di Nisida a Napoli, Sollicciano a Firenze, Marassi a Genova, Terni e Lecce (sezione femminile).

I dialoghi, le riflessioni sono finite in film documentario di Fabio Cavalli, “Viaggio in Italia: la Corte costituzionale nelle carceri”, prodotto da Clipper Media con Rai Cinema, andato in onda su Rai Storia.

È la prima volta dalla sua nascita, nel 1956, che la Corte costituzionale – giudice delle leggi e non delle persone, anche se le sue decisioni incidono profondamente nella vita delle persone – decide di entrare negli istituti di detenzione.

“Il film – si legge in una nota – è il racconto dell’incontro tra due umanità, entrambe chiuse dietro un muro e apparentemente agli antipodi: da un lato la legalità costituzionale, dall’altro lato l’illegalità, ma anche la marginalità sociale. Attraverso la fisicità, l’ascolto, il dialogo, il Viaggio diventa occasione di uno scambio reciproco di conoscenze, esperienze e, talvolta, di emozioni”.

Il carcere, del resto, è sempre stato, e resta, un tabù per la cosiddetta società civile.

Quando una qualsiasi persona finisce in cella, al di là delle sue responsabilità (il cui accertamento è demandato alla magistratura), è come se perdesse la sua individualità. E, oltre alle porte ferrate, gli si chiudono alle spalle anche quelle della comunità di cui ha fatto parte.

Ecco, allora, che anche riscoprire la comune umanità diventa importante. Al punto che il cardinale Crescenzio Sepe, nell’ultima lettera pastorale, scrive: “Quelli rinchiusi nelle carceri, quasi sempre in celle inospitali e sovraffollate, con poca luce e scarsa igiene, impossibilitati a tessere quelle relazioni che danno senso alla vita, si sentono coperti dal generale disprezzo e avvertono un’imbarazzante vergogna, fin dal momento dell’arresto, quando tentano a malapena di nascondere il volto. Costretti all’oziosità, con il proprio nome cambiato in un numero di fascicolo, vedono progressivamente affievolirsi la loro attesa di una vita “normale”, umana, rispettabile.

Spesso restano prigionieri di se stessi. Non riescono neppure a parlare per il venir meno di quella capacità di dialogo che sta alla base di ogni comunicazione. Portano nelle pieghe dell’anima un dolore antico, le ferite di una società ingiusta, di una famiglia che non ha saputo accoglierli e assisterli, di una comunità, anche quella cristiana, che li ha ignorati”.

Il documentario trasmesso da Rai Storia offre, dunque, una prospettiva nuova, diversa, dando una dimostrazione concreta, a dispetto delle faziosità politiche, di cosa debba essere il servizio pubblico radiotelevisivo.

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