venerdì, 22 Ottobre, 2021
Politica

Investimenti inesistenti

C’è una sorta di schizofrenia dei numeri quando si parla degli investimenti pubblici nel nostro Paese.

Tutti sappiamo che senza grandi investimenti pubblici l’economia non riparte. Nessun partito lo nega. Nessun governo sostiene il contrario. Gli annunci non mancano. Ma i fatti vanno in tutt’altra direzione.

Le risorse che vengono destinate a questa spesa strategica non sono adeguate e i tempi che intercorrono tra lo stanziamento e l’effettiva utilizzazione dei soldi sono lunghissimi

Tra il 2014 e il 2019, l’Italia ha destinato solo il 2,3% del Pil per realizzare investimenti pubblici, un livello ben inferiore alla media dell’Eurozona (2,7%) e superiore solo a Spagna, Irlanda e Portogallo.

Il Governo Conte 2 ha un piano di investimenti per 58 miliardi nei prossimi 15 anni, di cui 35 per Comuni, Province e Regioni.

A Gioia Tauro il ministro del Mezzogiorno Provenzano ha annunciato che per il Sud saranno spesi 123 miliardi fino al 2030, di cui 21 miliardi nel triennio 2020-2022.

Numeri interessanti. Ma questi soldi saranno effettivamente spesi? E in quanto tempo?

Dal 2016 sono stati stanziati 140 miliardi di euro per le infrastrutture pubbliche, ma di questa somma è stato speso meno del 4%.

Nei primi sei mesi del 2019 è stato finanziato dalle amministrazioni pubbliche solo il 39,1% dell’obiettivo annuo di spesa per investimenti pubblici in Italia. Tale quota, secondo il Centro studi di Confindustria, è in netta diminuzione rispetto agli ultimi quattro anni e conferma le criticità legate alle difficoltà di spendere le risorse disponibili, già scarse.

Secondo l’Agenzia per la coesione territoriale in Italia “la media di realizzazione delle opere pubbliche è di 4,4 anni e varia da 2,6 anni per i progetti di valore inferiore a 100 mila euro a 15,7 anni per quelli di valore superiore a questa soglia”.

Le cause di questo disastroso modo di procedere sono sostanzialmente due e rimuoverle non costerebbe nulla.

La prima causa è la mancanza delle competenze nelle amministrazioni centrali e periferiche dello Stato per programmare e pianificare la realizzazione degli investimenti finanziati. Ovviare a questa mancanza di competenze non è difficile: basta assumere consulenti preparati e togliere a gente inadeguata il potere di decidere su materie di cui non capiscono nulla o quasi.

Il secondo motivo della paralisi degli investimenti pubblici è il Codice degli appalti che in nome di trasparenza e rigore nelle procedure di fatto genera una marea di complicazioni inutili. Un esempio? Per fare un appalto per asfaltare le strade bucherellate di Roma servono almeno 9 mesi.

Corollario della farraginosità delle procedure previste dal Codice degli appalti è il terrore dei dirigenti che dovrebbero far parte delle commissioni di gara, che preferiscono rinunciare per evitare il rischio di finire comunque sotto inchiesta.

Può uno Stato serio, che ha bisogno urgentissimo di rilanciare la propria stagnante economia, restare inerme di fronte a questi problemi la cui soluzione non richiede spese, ma farebbe solo risparmiare?

Il buon governo è fatto di decisioni come queste, che destano meno clamore di polemiche politiche inutili, ma fanno un gran bene al Paese.

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