venerdì, 3 Luglio, 2020
Economia

Codice di crisi e insolvenza. Confindustria attacca: c’è clima anti impresa

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Doveva essere un indice per migliorare la vita finanziaria dell’impresa. Dare indicazioni una “allerta” sullo stato di salute dell’azienda, sulla sua solidità e quindi rassicurare in primo luogo le banche. Tutto questo sulla carta dove abbondano le buone idee e gli auspici positivi, tanto che si era parlato di “fattore di modernizzazione”, nei fatti “il nuovo Codice della crisi e dell’insolvenza” rischia di avere sulle imprese un impatto che “potrebbe essere devastante”. “Specie se il Governo dovesse continuare a rimanere poco attento alle ragioni di chi – per l’appunto le imprese – si troverà a essere inciso dalle nuove regole. Sarebbe l’ultimo plastico esempio di un clima antindustriale e anche la goccia che farebbe traboccare il vaso”.

Questo infatti è il monito lanciato da Carlo Robiglio, Presidente Piccola Industria e Vice Presidente Confindustria sul Sole 24 ore commentando il decreto legislativo sulla riforma del Codice della crisi d’impresa approvato nei giorni scorsi, in esame preliminare, dal Consiglio dei Ministri.

Robiglio, riferisce Confindustria in una sua nota, ha spiegato che il principio per il quale anticipare una possibile crisi aziendale – anche per evitare che si propaghi a danno di clienti e fornitori – trova tutti d’accordo, ma sono le modalità con cui si è arrivati a questa riforma e i suoi effetti potenziali a preoccupare seriamente.
“Le nuove procedure di allerta e composizione assistita, previste dal Codice, saranno operative dal prossimo agosto”, osserva il Presidente Piccola Industria e Vice Presidente Confindustria, “lo scopo dovrebbe essere consentire alle pmi in difficoltà di accedere a una procedura stragiudiziale e riservata in grado di accompagnare l’imprenditore nel percorso di superamento della crisi prima che divenga ‘insolvenza’, avvalendosi di un Organismo gestore denominato Ocri”.

Le prime stime, ancora da verificare, però non vanno nella direzione auspicata, e Robiglio sottolinea il paradosso, le stime infatti “evidenziano però che diverse decine di migliaia di imprese rischiano di entrare in questa nuova procedura quando ancora non c’è chiarezza. Infatti, a pochi mesi dalla piena operatività delle norme, oltre a non essere disponibili gli indici che faranno scattare l’allerta non lo sono neppure gli OCRI, che per il momento esistono solo sulla carta”.

Al momento l’unica cosa certa è che le piccole imprese sono state già obbligate a nominare gli organi di controllo interno, sostenendo inevitabilmente nuovi oneri, e a dotarsi di presidi organizzativi, amministrativi e contabili in grado di rilevare i segnali della crisi. “È evidente”, secondo Robiglio, “che di fronte a novità così sostanziali e a un sistema che a ogni livello ancora non è pronto, il buonsenso suggerirebbe di testare la prima operatività dell’allerta soltanto sulle medie imprese, meno numerose e tendenzialmente più solide sul piano economico e patrimoniale”. Ma non è questa, finora, secondo Confindustria, la linea del Governo, che ha colto il punto in termini di principio, ma intende escludere dalla prima operatività dell’allerta solo le realtà che saranno marginalmente toccate dalla stessa nella fase di avvio.

Per il Presidente della Piccola Industria questa è una scelta inefficace, che va corretta prima possibile.

“Accettare, ancora una volta, misure che non permettono di fare impresa è avvilente, imbarazzante”, conclude Carlo Robiglio, “E non si può essere disponibili ad tollerare scelte demagogiche ed errate che hanno il solo risultato di incidere negativamente sul lavoro delle imprese e sul futuro del Paese”.

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