martedì, 23 Luglio, 2024
Società

Torino 1977. Comunisti contro terrorismo rosso

Ogni sera Valerio e io andavamo a cena alle 19.30 circa alla mensa universitaria di Via Principe Amedeo, a Torino. Ci sedevamo l’uno di fronte all’altro e ci guardavamo le spalle. Eravamo in guerra ed eravamo stati aggrediti o sfuggiti ad agguati molte volte.

Eravamo in guerra ma non avevamo nessuna possibilità e comunque nessuna intenzione di sottrarci al nemico. Era l’inverno del 1977. Lui era il leader studentesco del PCI al Politecnico, io l’omologo leader alle facoltà umanistiche. Lui era una bella testa dura di contadino umbro, io borghese siciliano, con il senso della libertà nel sangue. Tutti e due comunisti di Gramsci e Togliatti di quelli che per le loro idee avrebbero sfidato i gulag negli anni ’30. Insomma diciamolo senza timor di smentita: due tipi impegnativi per i terroristi.

I nostri rapporti con la sinistra estremista erano sempre stati pessimi ma adesso avevamo a che fare con qualcosa di nuovo e di molto pericoloso, i nostri nemici non erano degli estremisti ma autentici fiancheggiatori e collaboratori attivi del terrorismo rosso. C’era un solo modo per uscire da quella guerra: o noi o loro! E credo che fu quella mentalità diffusa nel Paese a sconfiggere il terrorismo di quegli anni, lo Stato senza l’energia e il coraggio del nostro popolo non avrebbe potuto farcela, ma è sempre stato così: è il legame fra popolo, stato e politica che fa forte una nazione.

Durante il 1977 si era diffuso nelle grandi città, e in particolare nelle scuole superiori e nelle università, un movimento di lotta radicale anticapitalista e violento. Le aggressioni nei confronti di noi “traditori socialdemocratici” e “servi del sistema” erano all’ordine del giorno. L’obiettivo a tutto campo erano la politica, le istituzioni in tutti i suoi comparti, magistratura e forze dell’ordine in particolare, i sindacati, le imprese, la libera informazione. Era un movimento nel quale erano confluite presenze sottoproletarie, sbandati provenienti da paesi stranieri, poveri ragazzi emarginati spesso dediti alla droga; il loro collante era l’antagonismo feroce e la violenza verso una società che, secondo quella lettura del mondo, li escludeva; facevano carta straccia dei valori della democrazia, del lavoro, della pace e della responsabilità, considerati solo illusioni ingannevoli architettate dalle élite contro il popolo; l’atrio di Palazzo Nuovo, sede delle facoltà umanistiche, era divenuto un bivacco per gente di questo tipo e gli studenti impegnati politicamente come me e Valerio non erano graditi; non c’era niente da fare, entrare in atrio era pericoloso e io dovetti per lungo tempo fare un giro largo ed entrare dai garage di Corso San Maurizio per raggiungere la facoltà di Giurisprudenza; i cessi dell’Università erano diventati pericolosi ed erano colmi di siringhe e rifiuti ad ogni ora della giornata; i Rettori non chiedevano l’intervento delle forze dell’Ordine, lo ritenevano rischioso per l’incolumità di tanti studenti e del personale universitario; le mense erano il luogo dove questa gente si incontrava ormai da settimane e Valerio ed io avevamo subito serie provocazioni e aggressioni fisiche e verbali.

Noi avevamo bisogno vitale della mensa per motivi di ristrettezze economiche ma c’era un’altra verità, eravamo stati formati ad una scuola politica dura e orgogliosa, educata ad ogni genere di prospettiva nella lotta politica; ne saremmo usciti certamente in qualche modo, ma mai con una resa; sapevamo dei rischi e ci difendevamo a vicenda nei limiti del possibile, mai rinunciando alla territorialità della mensa; non parlavamo nemmeno dell’ipotesi di una resa, non era un’ipotesi, la cosa non ci apparteneva culturalmente; eravamo in una condizione di “eroi assurdi”, per dirla con Albert Camus, nessuno poteva proteggerci, né il Partito né la Polizia; non c’erano le condizioni, tanto il fenomeno violento era diffuso e capillare; tutti eravamo sotto tiro dalla parte del fronte democratico. L’unica risorsa di cui potevamo largamente disporre era la nostra popolarità tra gli studenti che in qualche modo, spesso inconsapevoli, ci facevano da scudo; e alla fine, quando tutto finì, fu proprio il rapporto forte fra noi e gli studenti, fra noi e i lavoratori di mensa e collegio, fu insomma il rapporto fra noi e il popolo l’arma vincente… (Testo rivisitato e ridotto, tratto dal libro dell’autore Il viaggio più lungo).

Le idee e le azioni per difendere democrazia e legalità furono quelle giuste; il fronte democratico fu vasto e unito; sapemmo trovare il coraggio dei momenti tragici, parlarci, trovare le parole giuste per restare uniti.

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