sabato, 25 Maggio, 2024
Manica Larga

AI, non è intelligente escludere

Se non parli di intelligenza artificiale oggi non sei nessuno. È evidente che un tema c’è, se da qualche tempo a questa parte l’AI è top trend. Ma allo stesso tempo, e forse proprio per questo, sembra altrettanto evidente che l’AI debba trovare la propria strada oltre gli slogan. Insomma, in questa nuova corsa all’oro la cautela è d’obbligo perché, parafrasando Mark Twain, la notizia della fine del mondo per come lo abbiamo conosciuto finora potrebbe rivelarsi grossolanamente esagerata.

Per esempio, a leggere in giro, siamo già spacciati. Medici, insegnanti, giudici e giornalisti già ingrossano le file dei disoccupati di lusso. Elon Musk, che ha contribuito a fondare la startup che ha sviluppato ChatGPT – un chatbot basato sull’intelligenza artificiale che è in grado di prevedere la parola successiva più probabile in una frase – ammette di aver commesso un grave errore e avverte che l’intelligenza artificiale è “uno dei maggiori rischi” per la civiltà. C’è chi invece sostiene che siamo di fronte a un nuovo Illuminismo. E anche questo suona come una forzatura.

Di cosa parliamo quando parliamo di AI?

Troppo presto per parlare. Eppure ognuno ha già la sua. Meglio partire dal farsi un’idea. Per esempio, quando si parla di AI, spiega Kay Firth-Butterfield, Head of Artificial Intelligence and Machine Learning presso il World Economic Forum, non si parla di intelligenza comunemente intesa, ma di “previsione”. Cosa ben diversa dal concetto di “intelligenza umana” perché, in estrema sintesi, “la nostra intelligenza è trasferibile, mentre l’ ‘intelligenza’ delle macchine non lo è”.

Ora, se prevedere è molto utile per prevenire gravi malattie o eventi catastrofici, non possiamo ignorare le altre facce della medaglia. Per esempio, trascurare il fatto che i dati grazie ai quali alcune soluzioni (come ChatGPT) funzionano sono essenzialmente occidentali, significa non tenere conto degli annessi problemi di inclusione e rispetto della diversity. Infatti, una grande fetta della popolazione mondiale non ha accesso a Internet e quindi non può generare dati. Per non parlare dell’impronta ambientale, finora molto alta. Sottolineano gli esperti che la carbon footprint dell’ICT eguaglia le emissioni di carburante dell’industria aeronautica.

Insomma, serve regolamentare perchè tra una parola e l’altra, tra un annuncio e l’altro, rischiamo di fare la fine del gatto in tangenziale. Ovvero, a saltare alle conclusioni ci si mette un attimo, ma arrivarci è un’altra storia.

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