sabato, 11 Luglio, 2020
Politica

Giustizia e carriere politiche distrutte

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“Vogliono eliminarmi per via giudiziaria” lamenta Salvini, sentendo il fiato sul collo di varie inchieste che, direttamente o indirettamente, lo riguardano.

Si tratta di un’affermazione non nuova nelle declamazioni dei politici italiani. L’abbiamo letta ogni volta che un’indagine della magistratura ha investito il potente o l’aspirante potente di turno, gettando ombra sul suo comportamento e ponendo una seria ipoteca sulla sua credibilità e sulla possibilità di continuare a rivestire incarichi elettivi o, comunque, pubblici.

Diciamo la verità, in un Paese in cui la magistratura gode di un’assoluta autonomia, il rischio che qualche appartenente all’ordine giudiziario per insipienza, per superficialità, per voglia di protagonismo e, talvolta, in palese malafede possa rovinare senza motivo una carriera politica esiste e andrebbe tenuto in considerazione sia dai politici che dai magistrati.

I politici sono cittadini come tutti gli altri e devono rispettare le leggi più dei comuni cittadini. Ma proprio perché essi rivestono, soprattutto se eletti, un ruolo pubblico le inchieste che li riguardano dovrebbero essere inflessibili ma mai avventate e, ovviamente, mai ispirate da simpatie o antipatie di parte o da sete di vendetta.

L’esperienza degli ultimi decenni, purtroppo, dimostra che quando c’è di mezzo un politico spesso le inchieste di alcuni magistrati si svolgono con una inaccettabile dose di leggerezza e con la spasmodica ricerca di una colpevolezza a tutti i costi. Ma questi difetti si riscontrano non riguardano solo le inchieste che coinvolgono i politici.

Le cronache sono piene di vite distrutte da indagini mal condotte e che solo dopo i 3 gradi di giudizio e un calvario durato 15 anni portano ad assoluzioni per persone innocenti, che si sono viste sbattute in prima pagina come mostri e condannate sulla pubblica piazza prima di una sentenza definitiva.

Quello che stupisce, però, del comportamento dei politici è che non riescano mai ad individuare dei correttivi a comportamenti sbagliati di alcuni magistrati: si lamentano, protestano cercano scorciatoie con leggi ad personam ma non affrontano mai di petto il problema. Eppure dovrebbero essere tutti d’accordo nel voler porre un argine a comportamenti e procedure che non garantiscono la non colpevolezza reale fino alla sentenza passata in giudicato.

Già la colpevolezza reale, perché la colpevolezza immaginaria e quella mediatica invece sfuggono di mano e vengono affidate alla pubblicazione di atti delle istruttorie, di intercettazioni, all’adozione di provvedimenti volutamente clamorosi e a processi difettosi che vengono annullati dalla Cassazione.

Il guaio è che ogni politico pensa di usare le sventure giudiziarie -fondate o infondate- dell’avversario a proprio vantaggio, facendo finta di non sapere che quello che succede oggi ad altri domani potrà succedere a te.

Come se ne esce? Con una riforma della giustizia urgente e radicale che assicuri garanzie agli imputati, politici e non, che impedisca ai magistrati di adottare comportamenti arbitrari e scorretti (l’autonomia è un’altra cosa) e che sanzioni con durezza chi gestisce in modo palesemente politico l’attività giurisdizionale.

Invece di lamentarsi delle loro carriere che possono essere distrutte per via giudiziaria i politici abbiano il coraggio di riformare la giustizia, a vantaggio di tutti i cittadini e non solo per tutelare sé stessi.

E, soprattutto, diano il buon esempio. Quando parte un’inchiesta sul loro conto, i politici giochino di anticipo: vadano subito in procura e dicano tutto quello che sanno senza nascondersi dietro un dito, senza fare le vittime anzitempo e, se interrogati, non si avvalgano della facoltà di non rispondere.

Ma questo succede raramente. E così certe lamentele dei politici diventano fastidiose.

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