mercoledì, 27 Maggio, 2020
Economia

Commercio in crisi, 2020 anno della speranza. Troppe tasse e burocrazia affossano gli esercenti

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Non basteranno i saldi invernali – scaglionati per regione che inizieranno il 4 gennaio – a ridare forza al commercio, settore finito nel vicolo cieco di una crisi che appare drammatica per molte piccole imprese. La speranza è nel 2020, anno che si annuncia già difficile: nuove tasse e crescita sul filo dello 0.2%; ma per il commercio potrebbe esserci una nuova fase. I dati infatti, sono contraddittori, nell’altalena dei consumi ci sono regioni che crescono e altre che crollano, il sud arranca ma nel nord regioni ricche come Lombardia e Veneto sono in difficoltà, mentre in Basilicata il commercio gira positivamente. Inoltre è tutta colpa della crisi se ci sono 200 mila negozi in meno, o di una caduta “culturale” e di “innovazione” da parte di molte piccole imprese?

Riepilogando la crisi c’è ma non è per tutti. Così proviamo ad approfondire cosa si preveda per il 2020, partendo da un 2019 che sarà ricordato come un incubo. I 12 mesi appena trascorsi hanno fatto registrare il dato più negativo di sempre: le famiglie italiane hanno “tagliato” i consumi per un importo pari a 21,5 miliardi di euro e quasi 200 mila negozi di vicinato hanno chiuso i battenti. Non è semplice, inoltre, raccontare la batosta del commercio, perché i numeri e la “cultura” del commercio sta subendo una mutazione genetica, la realtà fa emergere cose contrastanti, ad esempio, malgrado la contrazione dei consumi, la voce commercio continua ad essere la componente più importante del Pil nazionale (pari al 60,3 per cento del totale). Nel contempo la Cgia (Associazione artigiani e piccole imprese di Mestre) rivela che la spesa complessiva dei nuclei familiari in Italia è stata pari a poco più di mille miliardi di euro. Un settore quindi imponente che supera l’industria.

La crisi, inoltre, non è omogenea, a livello regionale le situazioni più negative, in termini assoluti ed espressi in valore nominali medi, si sono verificate in Umbria (-443 euro al mese), in Veneto (-378 euro) e in Sardegna (-324 euro). In controtendenza, invece, i risultati ottenuti in Liguria (+333 euro al mese), in Valle d’Aosta (+188 euro) e in Basilicata (+133 euro). La situazione di difficoltà per alcune regioni dal nord al sud,  è proseguita per tutto il 2019, colpendo inaspettatamente regioni come Lombardia, Trentino Alto Adige, Emilia Romagna, Piemonte, Veneto e Friuli Venezia Giulia, dove le famiglie hanno stretto la cinghia dei consumi.

A pagare il conto sono stati tutti gli artigiani e i piccoli negozianti, questi ultimi hanno subito perdite di introiti rilevanti, mentre la grande distribuzione ha fatto incetta di nuovi clienti a scapito dei “negozi sotto casa”. A illustrare la situazione è il coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia, Paolo Zabeo. “I piccoli negozi e le botteghe artigiane”, spiega, “faticano a lasciarsi alle spalle la crisi. Queste imprese vivono quasi esclusivamente dei consumi delle famiglie e, sebbene negli ultimi anni ci sia stata una leggerissima ripresa, i benefici di questa inversione di tendenza non si sentono”.

Diversamente, le telecomunicazioni hanno segnato risultati fortemente positivi: negli ultimi 10 anni un saldo del +20,1 per cento e nell’ultimo anno +7,7 per cento. Segno che le nuove tecnologie hanno stregato i consumatori italiani che rinunciano a molto altro ma non ad essere aggiornati tecnologicamente. Per il resto la “moria” di piccole imprese nel 2019 ha segnato la sua punta massima, per Daniele Nicolai, dell’Ufficio studi Cgia, “anche a seguito di questa forte diminuzione dei consumi delle famiglie, la platea delle imprese artigiane e del piccolo commercio è scesa di numero. Tra il settembre 2009 e lo stesso mese di quest’anno le aziende/botteghe artigiane attive”, calcola lo studio, “sono diminuite di 178 mila unità, mentre lo stock dei piccoli negozi è sceso di quasi 29 mila 500 unità.

Complessivamente, pertanto, abbiamo perso oltre 200 mila negozi di vicinato in 10 anni”. E veniamo all’oggi, ossia a questi ultimi giorni del 2019, dove si accavallano i bilanci, si tirano le somme e si fanno previsioni per il 2020. Il prossimo anno porterà, nuove incertezze, non si annunciano cambiamenti tali da far pensare ad un cambio di rotta. La crisi continuerà a mordere perché non è stato posto un argine alla disoccupazione, e quindi al calo dei consumi. Non si è delineata una riforma degli sprechi e ritardi della pubblica amministrazione, non ci saranno tagli alle tasse, e soprattutto, la burocrazia continuerà a pesare sull’intero sistema produttivo Nazionale.

“Sebbene la manovra 2020 abbia scongiurato l’aumento dell’Iva e dal prossimo luglio i lavoratori dipendenti a basso reddito beneficeranno del taglio del cuneo fiscale”, sottolinea il segretario della Cgia, Renato Mason, “il peso del fisco continua essere troppo elevato. L’aumento della disoccupazione registrato con la crisi economica sta condizionando negativamente i consumi. Inoltre, come dimostrano i dati relativi all’artigianato e al piccolo commercio, è diventato sempre più difficile fare impresa, anche perché il peso della burocrazia e la difficoltà di accedere al credito hanno costretto molti piccolissimi imprenditori a gettare definitivamente la spugna”.

Infine, come ricordato, la crisi del commercio ha una serie di concause, e per alcuni analisti, c’è anche un ritardo culturale degli imprenditori italiani, che non hanno capito la metamorfosi dei consumi in atto in questi ultimi anni. Si punta il dito contro la mancata innovazione che oggi è considerata la parola chiave per il successo commerciale, quindi creatività, uso di internet, e social media, una nuova visione di impresa e di come coinvolgere gli acquirenti. Insomma approfittare di nuove opportunità. Una sfida aperta, ma per molti è tutto in salita, infatti buona parte d’Italia, nelle aree interne, i collegamenti Internet sono a singhiozzo e non permettono connessioni stabili e sicure. Ad essere tagliata fuori, ancora una volta, dall’innovazione sono proprio le zone più a rischio spopolamento e crollo dei consumi.

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