sabato, 12 Giugno, 2021
Attualità

Ripensare le fasi della vita

Si nasce, si cresce, si va all’asilo. Si studia per 13 anni alla scuola dell’obbligo, si trascorrono altri 3/5 anni tra i libri dell’università. Poi si cerca lavoro e, trovatolo, si entra nel tunnel della vita lavorativa che – con qualche incidente di percorso – sfocia, dopo i 60 anni, nell’era della pensione che arriva, come un traguardo agognato,  sempre più tardi.

Così è la vita. O, almeno, così è stato finora. Ma se l’aspettativa di vita aumenta e si raggiungono facilmente i 90 anni, con la prospettiva che tra un po’ quota 100 (anni) sarà conquistata da un numero crescente di persone, beh allora qualcosa va cambiato.

Un sistema pensionistico non può pagare la pensione ad una persona che ha lavorato 40-45 anni per 35-40 anni a meno che non decida di pagarla in forma ridotta, il che è non è auspicabile, o a meno che non siano aumentati notevolmente i contributi previdenziali obbligatori.

Ma trattenere le persone al lavoro oltre una certa età comporta una riduzione della produttività di queste persone avanti negli anni anche se ben portati. Inoltre, mantenere al lavoro persone fino a 70 anni e più rende poco disponibili nuovi posti di lavoro con conseguente aumento della disoccupazione giovanile. È un groviglio di problemi legati alla buona notizia che viviamo tutti più a lungo.

Come uscirne. Bisogna cominciare a sperimentare soluzioni diverse dal modello tradizionale delle tre fasi della vita: studio-lavoro-pensione.

Una prima idea potrebbe essere questa: rendere elastico il periodo lavorativo consentendo ogni 7-10 anni  periodi sabbatici durante i quali la persona possa cercare di sviluppare i propri interessi e predisporsi così ad attività nuove che potrebbe intraprendere  quando va in pensione. In tal modo, in presenza di pensioni più magre ciascuno sarebbe  in condizione di “darsi da fare” per guadagnare da attività che vanno incontro ai propri interessi al di là di quello che è stato il percorso lavorativo.

Una seconda idea consiste nel rendere più elastico il percorso pensione-lavoro dopo una certa età.

Mi spiego. Oggi un giovane laureato difficilmente trova lavoro prima dei 25 anni. Dopo 35 anni di lavoro ne avrà 60, pochi dal punto di vista contributivo per andare in pensione ma abbastanza dal punto di vista dell’età per cominciare a desiderare di staccare. Arrivati a questa età si potrebbe immaginare un regime di pensionamento parziale con continuazione del lavoro in forma parziale.

Insomma: ti do una pensione ridotta e continui a lavorare metà giornata così più o meno guadagni come prima ma hai più tempo libero. In questo modo il lavoratore-pensionato sarebbe più tranquillo e meno stressato: sa che ha già metà della pensione e che l’altra metà l’avrà fra qualche anno (7-10?). Ma nel frattempo continua a lavorare senza stancarsi troppo: 4 ore al giorno non ammazzano nessuno. Così tra l’altro evita di intorpidire la mente e il corpo e di gravare sul sistema sanitario con le classiche malattie dei pensionati che si lasciano andare

In questo modo per ogni “mezzo-pensionato” ci potrebbe essere un nuovo lavoratore part-time in più. Non solo, il lavoratore a “mezza pensione” è persona che ha accumulato esperienza che può, nelle 4 ore di lavoro, trasferire alle giovani leve che così troverebbero in azienda dei tutor eccellenti e ben motivati proprio perché semi-pensionati a fare da guida ai giovani.

Naturalmente il part time può esser anche organizzato con tre giornate di lavoro e tre di riposo o altrimenti.

La sostanza è che quando si va in pensione si continua a lavorare, poco, e si continua ad avere soddisfazioni , molte, dall’essere considerati non un peso ma una vera risorsa utile per migliore la formazione dei nuovi entranti. Se questo modello venisse applicato in quasi tutte le attività lavorative normali (eccetto ovviamente quelle usuranti) si potrebbe cominciare a percepire la “pensioncina” a 60-62 anni e continuare a lavorare part-time fino a 70-75 anni senza nulla togliere ai giovani e sentendosi attivi, utili e non di peso per la famiglia. Così il sistema pensionistico sarebbe in parte alleggerito, il sistema sanitario pure, l’occupazione potrebbe aumentare e la preparazione dei nuovi occupati migliorare sensibilmente.

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