mercoledì, 4 Agosto, 2021
Attualità

Una banca al verde

Da qualche settimana è diventato virale su LinkedIn, il social media dei manager in carriera o aspiranti tali, un video di un cinquantenne londinese che invece dalla carriera dice di aver avuto tutto fino a diventare amministratore delegato.

Racconta anche di essere stato fortunato ad aver incontrato sul suo percorso tanti colleghi con cui ha condiviso quotidianità e sfide lavorative. Tuttavia, una volta arrivato in cima, ha ammesso a se stesso di essere solo, di non avere amici ovvero persone con le quali confrontarsi sulle cose importanti della vita, con cui andare a cena, oppure a camminare in campagna. Insomma, parafrasando un romanzo di successo di qualche anno fa, il nostro ha sperimentato la solitudine dei numeri primi.

La cosa in se non fa notizia: lo aveva già detto Michael Douglas alias Gordon Gekko in Wall Street, film del 1987 sugli squali della finanza, che se vuoi un amico fatti un cane. Concetto poi ribadito, per altre vie, da Leonardo di Caprio alias Jordan Belfort in the Wolf of Wall Street, anno 2013.

Entrambi i nostri anti-eroi del grande schermo sono accomunati dal mondo della finanza e da quella che gli esperti chiamano hubris manageriale, ovvero quell’arroganza, quel senso di superiorità in cui molti studiosi vedono la fonte del comportamento irresponsabile d’impresa. Come nel caso di Vincenzo De Bustis, da anni ai vertici della Banca Popolare di Bari commissariata lo scorso 14 Dicembre dalla Banca d’italia.

In una riunione interna, diceva ai suoi manager: “Perché ho rotto tanto le scatole per lanciare questo green bond? Mica per il verde! A me che cazzo me frega del verde? Niente! Per carità è un settore importante, ma è la tecnica che mi interessa tantissimo, è il capital light. Cioè di fare assistenza alle imprese cercando di non assorbire il patrimonio e portare i soldi a casa. Certo, abbiamo cominciato con una cosa un po’ sofisticata, che è quella del verde, perché abbiamo un problema di reputazione della banca”. Sembra di essere in una scena di un film.

A sentir parlare un manager a capo di un istituto di credito, che del rapporto con il territorio ne avrebbe dovuto fare vanto e tratto distintivo, argomentare che in fondo a lui del verde non interessa granché semmai è la tecnica sottostante a interessare, mette i brividi almeno per due motivi.

Mette i brividi perché non solo svuota di senso la missione stessa della banca ma anche, e soprattutto, perché parlare di territorio per una banca popolare del mezzogiorno d’italia significa fare riferimento a una terra morta d’inquinamento: dall’Ilva alla Terra dei Fuochi passando per la speculazione eolica che ha mortificato la bellezza delle morbide colline intorno a Potenza, senza dimenticare il disastro ambientale della Val D’Agri.

Ma mette i brividi anche perché la finanza sostenibile non è e non può diventare un cavallo di Troia. Purtroppo l’assenza di un quadro regolatorio chiaro così come la giungla di indicatori per misurarne l’impatto hanno di fatto concorso a prestare il fianco a queste manipolazioni che ne hanno finora minato opportunità e potenzialità.

Per cui ben venga lo sforzo dell’Unione Europea che prova finalmente a mettere ordine nella materia attraverso un quadro regolatorio volto a definire gli standard di sostenibilità di tutta l’economia. Con le parole di Valdis Dombrovskis, a capo della finanza sostenibile per l’Unione: “Questo è il fattore indispensabile per ottenere flussi verdi di investimenti e aiutare l’Europa a raggiungere la neutralità climatica entro il 2050”. Perché altrimenti qui, a finire al verde, siamo tutti noi.

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