domenica, 21 Aprile, 2024
Il Cittadino

La svolta liberale?

L’analisi di Gianfranco Rotondi su Fratelli d’Italia e sul successo di Giorgia Meloni mi pare convincente. L’onestà intellettuale che devo ai miei quaranta lettori mi impone di ricordare che Rotondi è il presidente di “VerdeÈPopolare”, movimento che ho contribuito a fondare ed al quale partecipo convintamente, nella certezza che, nella situazione politica determinatasi dopo il voto del 25 settembre, potremo dare un contributo anche per una considerazione ecologica e ambientalmente sostenibile dei problemi che il nuovo governo dovrà affrontare.

Ho la presunzione, però, di credere che tale mia dichiarata amicizia con Gianfranco non influisca più di tanto nella condivisione delle sue considerazioni.

Essenzialmente i profili considerati dal Rotondi-pensiero sono due.

Il primo di carattere oggettivo: la crescita di FdI dal 5 a oltre il 25% (con punte del 30) assicura una partecipazione popolare che in alcun modo può ascriversi alla sola destra radicale, discendente dal MSI (sigla sconosciuta a chi abbia meno di quarant’anni e storicamente contenuta intorno al 5%); il successo attuale è dovuto dall’apporto di voti moderati e liberali, magari di origine dal Polo delle Libertà, il partito che già anni addietro unificava le tre componenti dell’attuale coalizione di centro destra. Il secondo profilo rotondiano è soggettivo, riferito a Giorgia Meloni: della quale ricorda il suo ruolo di Ministro della Gioventù dal 2008 al 2011 nel governo Berlusconi, la convinta adesione al PPE ed una campagna elettorale ineccepibile, senza nessuna concessione al fanatismo e al populismo.

Anche vero la UE Giorgia Meloni ha mostrato un atteggiamento ragionevole e condivisibile: ma mi auguro che l’Europa sia tale e che non consenta strappi come quello della Germania sul gas, una autentica offesa a tutti i paesi dell’Europa Unita.

Non crede lui, insomma, e non ci credo neppure io, ad una svolta fascista dell’Italia. Le elezioni hanno solamente sancito la prevalenza elettorale di partiti di destra. Mirabile al proposito  – se mi consentite un’altra citazione – il commento di Cacciari su “La Stampa” di lunedì scorso: «Siamo diventati tutti fascisti? Una stupidaggine. Sinistra vittima di una catastrofe mentale».

La sinistra, insomma, è uscita sconfitta, come può capitare in una democrazia.

Questa volta ad opera di una donna poco più che quarantenne, madre attentissima, cresciuta alla Garbatella, quartiere popolare di Roma, con un passato noto e coerente: anche se, certamente caratterizzato dall’adesione a partiti di destra. Con un programma diverso – ad esempio l’elezione diretta del presidente – che può non piacere, ma che è una soluzione di tanti Stati democratici.

Dall’altra parte c’è una sinistra, rappresentata dal PD, in piena crisi, anche  se Letta si precipita a dire «abbiamo perso, ma non siamo morti». Sembrerebbero pensarla diversamente alcuni suoi esponenti, quali la Bindi, che ne chiedono lo scioglimento.

È probabile, invece, che siano morti, ma che non se ne siano accorti. Vi confesso che è il mio terrore personale: morire prima della mia morte fisica, perché verrà il momento in cui non avrò nulla da dire e nulla da dare.

Che la sinistra di oggi non abbia più nulla da dire e da dare è il pensiero dei ragazzi delle borgate e delle case popolari di Roma che hanno contestato in settimana Laura Boldrini, parlamentare PD, ex presidente della Camera, vedendola come simbolo di una sinistra radical chic lontana dai problemi della gente “dei quartieri popolari”. Le giovanissime donne del movimento femminista “Non una di meno” hanno reagito di fronte alla deputata ed ex presidente della Camera Laura Boldrini alla manifestazione organizzata a Roma per ribadire l’intangibilità del diritto all’aborto.

La Boldrini era scesa in piazza per appoggiare una manifestazione all’Esquilino, in occasione della Giornata Internazionale dell’aborto sicuro, e «difendere la legge 194 da questa destra oscurantista, la cui leader parla del diritto di non abortire». Ma è stata malamente allontanata dalle manifestanti, ragazze giovanissime che si sono sentite, non a torto, lasciate sole proprio dalla parte che, teoricamente, avrebbe dovuto tutelarle nei loro problemi reali, e che hanno contestato affermando di avere bisogno di soluzioni concrete, non di demagogia.

Ecco, credo (mia solita opinabile opinione) che la demagogia sia il più grosso problema di questa pseudo-sinistra. Di un tentativo non riuscito da parte della sinistra più radicale di inglobare in un unico partito, governandoli, settori moderati. È un fatto che ormai il PD è un partito, da Renzi in poi, governato da ex DC in perenne e naturale contrasto con la parte più statalista dello stesso.

Perché lo statalismo – come non a torto avverte Andrea Bernaudo, presidente dei Liberisti Italiani (su Libero del 29 settembre 2022) – rappresenta il pericolo reale, che in Italia unisce tutti: destra, sinistra, centro e cinque stelle.

Un sistema diventa assoluto (l’Italia fascista, la Germania nazista; ma anche la dittatura del proletariato sovietica, perché non si tratta di una prerogativa di una sola parte), quando lo Stato occupa e regola tutti i settori, non ammettendo dissensi ed iniziative in contrasto.

Allorché tutti sono obbligati ad uniformarsi e quando la tripartizione montesquiana dei poteri – l’equilibrio dello Stato di diritto, tra il potere esecutivo, soggetto alla legge ed al diritto; il potere legislativo, limitato dal rispetto del diritto e dal controllo giudiziario; ed il potere giudiziario: che, quando la giustizia funziona (da noi zoppica vistosamente), è proprio la garanzia della democrazia ed il sigillo dello Stato di diritto: quel giudice a Berlino che ha il potere di condannare finanche il principe, ponendo il privato e lo Stato sul medesimo piano.

Nessun preconcetto, quindi; anzi la speranza di una ventata liberale, dopo un periodo in cui personalmente, ho avvertito una pressione eccessiva da parte dello Stato: in tutti i settori.

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