venerdì, 7 Agosto, 2020
Attualità

Giù le mani dal presepe!

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Come ogni anno il Presepe, simbolo del Natale e della religiosità del popolo italiano, finisce al centro di polemiche pretestuose.

L’ultima delle serie è divampata dopo che si è appreso che Lombardia e Veneto hanno stanziato fondi da destinare alle scuole che realizzeranno il tradizionale allestimento. L’iniziativa non è piaciuta ad alcune associazioni di categoria, molto critiche di fronte a tanto zelo.

Tutto questo ha suscitato, com’era prevedibile, proteste, divisioni, accuse e strumentalizzazioni.

Ne abbiamo parlato con il sociologo Luigi Caramiello, professore di Sociologia dell’Arte e della Letteratura, nonché giornalista professionista, autore del saggio “La Natività del racconto. Elementi di sociologia del presepe” di grande utilità per capire le varie chiavi di lettura del presepe.

Luigi Caramiello

Professore Caramiello, che idea si è fatto dell’ultima polemica sul presepe?
“La riproposizione di questa narrazione, di questa scena a fondamento della nostra civiltà occidentale e del nostro sistema di valori è una cosa saggia, utile e, aggiungo, irrinunciabile”.

Per quale motivo?
“Perché ha un contenuto culturale, narratologico, spirituale e anche identitario molto forte. Non riesco a capire per quale ragione ci si debba schierare contro. Credo sia, invece, utile e interessante riprodurre questa narrazione intrisa di contenuti metafisici che, nel contempo, è anche il racconto della nascita di un bambino che viene alla luce in condizioni estremamente disagiate ed è destinato a proporre una idea di società con cui, ancora oggi, dobbiamo fare i conti”.

Cosa si sente di rispondere a chi sostiene che il presepe avrebbe messa da parte per rispetto del pluralismo?
“Il pluralismo – lo dico da assertore convinto – ha come presupposto la distinzione delle identità; altrimenti manca del tutto. È proprio alla luce del pluralismo che ritengo che questa tradizione debba essere alimentata, soprattutto nelle scuole”.

Vuole, forse, urtare la suscettibilità delle altre fedi?
“Per nulla. Il presepe fa parte della nostra identità. Se la negassimo faremmo un torto al pluralismo. Questa è la nostra identità: non una fra le altre, ma quella del 99% degli italiani. È l’identità della nostra memoria, della nostra tradizione, della nostra traiettoria evolutiva. Le altre persone – che rispetto profondamente, anche se ho la sensazione che nei paesi dove l’egemonia politica, culturale e religiosa appartiene ad altri  sistemi concettuali non ci sia la stessa sensibilità – non devono per forza fermarsi a contemplare il presepe; possono tranquillamente distogliere lo sguardo. Io, comunque, farei molta attenzione…”.

A cosa?
“Verificherei che la presunta offesa alla sensibilità non nasconda un altro disegno, che ben conosco a livello dottrinale. Che è il tentativo di negare la possibilità di difendere la nostra civiltà, perché, in realtà, ci si prepara alla egemonia di un’altra. Il che sarebbe molto pericoloso”.

Lei che ha scritto un saggio sul presepe, “Elementi di sociologia del presepe”. Quale è la lezione del presepe all’uomo moderno?
“Ci sono due livelli di elaborazione concettuale. Il primo è legato al messaggio che questa rappresentazione, molto teatralizzata, lancia ed è molto suggestivo ed affascinante. Parlo della nascita di un Dio che si incarna, si fa uomo per sperimentare le nostre miserie e si abbassa a tal punto da accettare docilmente la morte sulla croce, pena infamante riservata agli schiavi che rifiutano il dispotismo e lanciano un anelito di libertà. Il messaggio di Gesù sottende un grande anelito di libertà. Che è ancora più suggestivo e sublime, dal mio punto di vista, perché si accompagna all’asserzione riguardo al rispetto della vita. Il Cristo declina l’imperativo ama il tuo nemico che cambia il senso alla storia. Questa è la condizione del pensiero liberale, è il principio dell’alternanza democratica dei sistemi liberali moderni. Nella storia umana chi conquista il potere lo fa sterminando il nemico fino alla settima generazione per impedire che vi sia qualcuno che possa rivendicare il trono. Gesù, attraverso il comandamento dell’amore – che impone di rispettare il nemico – riconosce che anche l’avversario è una risorsa del sistema e va difeso”.

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