giovedì, 8 Dicembre, 2022
Sanità

Infermieri, pochi e malpagati. Subito 70 mila assunzioni

Il Piano nazionale di Ripresa investe 7 miliardi per cure e medicina territoriale. Tra i protagonisti della nuova assistenza ci sono gli infermieri ma c’è un problema: sono pochi, demotivati con stipendi tra i più bassi d’Europa, – 1700 euro al mese, 25° posto tra i Paesi Ocse -, tralasciati da riforme e politica. Sono sempre più soli in corsia, devono sottoporsi a turni lunghi, scarse possibilità di carriera e devono convivere con il moltiplicarsi di episodi di violenza. Eppure la sanità italiana senza gli infermieri chiuderebbe i battenti.

La sanità emergenza nazionale

“Gli infermieri sono pochi rispetto al fabbisogno e la professione è sempre meno attrattiva”, evidenzia la Federazione nazionale degli ordini delle professioni infermieristiche (Fnopi) che pone tre priorità “inderogabili”, inviate alle forze politiche in corsa per le elezioni del 25 settembre. I 460mila infermieri rappresentati dalla Fnop iscritti all’Albo in Italia, sollecitano scelte rapide che assicurino una svolta concreta. Le priorità indicate sono l’incremento della base contrattuale e riconoscimento economico dell’esclusività delle professioni infermieristiche; il riconoscimento delle competenze specialistiche; evoluzione del percorso formativo universitario. “La politica”, auspica la Fnopi, “deve porsi obiettivi precisi: senza infermieri non c’è salute, l’Italia deve dimostrare di essere una nazione che investe sull’infermieristica, i cittadini non possono più aspettare”.

Mancano 70 mila infermieri

La Federazione ricorda come l’assistenza ai malati diventa sempre più compromessa dalla carenza di infermieri. Secondo le stime della Fnopi mancano in Italia 70mila infermieri, il 45% al Nord, il 20% al Centro e il 35% al Sud. Il sindacato ricorda come in Italia la carenza di infermieri non ha pari in Europa. Il rapporto infermieri-abitanti in Italia è di 5,5-5,6 infermieri ogni mille abitanti, uno dei più bassi d’Europa secondo l’Ocse dove la media raggiunge gli 8,8.

Quello infermieri-medici, che dovrebbe essere secondo standard internazionali 1 a 3, è secondo l’Ocse di 1 a 1,5 (la media Ocse è 2,8: il Regno Unito è nella media Ocse, la Germania raggiunge i 3,2, la Francia i 3,3, la Svizzera i 4,1). Gli infermieri spiega la Fnopi, continuano ad essere troppo pochi anche per far fronte ai nuovi standard fissati dal Piano nazionale di Ripresa per la sanità territoriale. “I soli infermieri di famiglia e comunità necessari secondo i nuovi standard sono oltre 20mila, ossia 1 ogni 3 mila abitanti”. Durante la pandemia l’aumento di organico è servito solo a recuperare anni di carenze.

“La pandemia”, osserva la Fnopi, “ha permesso agli infermieri (con circa 8.800 unità in più) di recuperare tutte le perdite subite tra il 2009-2019”.

Ma la federazione incalza sottolineando che, si tratta di numeri che “non alleggeriscono la carenza o il fabbisogno legato ai nuovi standard del territorio, ma recuperano solo le perdite subite per i tagli legati alle razionalizzazioni di spesa”.

Stipendi bassi e fermi

Sugli stipendi, inoltre, ci sono differenze differenze notevoli tra l’Italia e l’Europa. La media Ocse è di 48 mila 100 euro lordi l’anno. In Svizzera si arriva ai 56mila euro, in Spagna i 55mila, in Germania i 59mila, fino alla patria, per così dire, dell’infermiere, il Lussemburgo dove nel 2019 un infermiere guadagnava in media poco più di 100mila euro l’anno lordi. Molto di più del collega italiano che arriva appena a 34 mila 711 euro l’anno lordi, cioè circa 22 mila 600 euro netti che su tredici mensilità sono circa 1.700 euro al mese. Salario basso e contrattazione ferma a 10 anni fa.

Carriera, mancati riconoscimenti

Stipendi bassi, troppo lavoro e poca possibilità di fare carriera.

Le nuove necessità normative per un cambio di rotta secondo la Federazione nazionale degli infermieri sono sono raggruppabili in tre blocchi.

Il primo deve prevedere la valorizzazione della voce contrattuale definita come indennità di specificità infermieristica (voce stipendiale istituita dalla legge di Bilancio 2021 e già individuata contrattualmente), da incrementare di almeno il 30%. Essenziale è anche il riconoscimento economico dell’esclusività per gli infermieri che lavorano in ambito clinico e con ruolo di dirigenza manageriale nei servizi organizzativi nelle strutture pubbliche e private convenzionate, superando i vincoli dell’attuale legge sul Pubblico impiego, che risale ormai a 21 anni fa, o, in alternativa, consentendo l’esercizio della libera professione extramoenia, in deroga a quanto previsto dalle norme attuali.

Sì a competenze specialistiche

Il secondo blocco di richieste, presentate dalla Federazione prevede l’inserimento all’interno dei Lea (livelli essenziali di assistenza) della branca specialistica assistenziale per dare uniformità di prestazioni a livello regionale e nazionale, con l’istituzione delle competenze specialistiche che già oggi esistono di fatto, ma che non sono ufficialmente riconosciute agli infermieri (come Wound Care, management accessi vascolari, stomaterapia, interventi di educazione sanitaria e aderenza terapeutica). “È anche opportuno autorizzare”, chiede la Federazione, “la possibilità di prescrivere alcune categorie di farmaci e ausili/presidi, come strumento per applicare le competenze specialistiche, che rientrano nella sfera di competenza infermieristica come già accade in diversi Paesi Ue”. E per le competenze specialistiche, è “urgente”, scrive la Federazione, “il riconoscimento formativo, organizzativo, contrattuale e di carriera della figura dell’infermiere di famiglia e comunità, professionista responsabile dei processi infermieristici in ambito familiare e comunitario”.

Istituire l’auree magistrali

Il terzo blocco di richieste riguarda la valorizzazione della formazione infermieristica negli Atenei, con l’istituzione di lauree magistrali a indirizzo clinico e scuole di specializzazione. Inoltre, pet la Fnopi si dovranno legare i posti del corso di laurea e delle lauree specialistiche al fabbisogno del sistema salute. Per questo, è necessario prevedere il finanziamento della docenza universitaria e aumentare il numero dei professori-infermieri (il rapporto docente/studenti è 1:1.350 per gli infermieri, contro altre facoltà sanitarie dove è 1:6). “La politica”, conclude la Fnopi, “deve porsi obiettivi precisi: senza infermieri non c’è salute, l’Italia deve dimostrare di essere una nazione che investe sull’infermieristica, i cittadini non possono più aspettare”.

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