mercoledì, 5 Ottobre, 2022
Politica

Dubbi e certezze sul prossimo Parlamento

La diciannovesima legislatura che verrà e le eventuali riforme costituzionali

Chi saranno i e chi gli sconfitti della XIX Legislatura che nascerà dalle urne del 25 settembre prossimo venturo? C’è, chi ha le idee troppo chiare e corre, con la fantasia, a dare numeri e a indicare nomi e chi, invece, è nel pallone, ancora, con la “campagna acquisti”. Le uniche certezze sono la legge elettorale “rosatellum” – alla sua seconda esperienza, per aver dato vita alla legislatura in chiusura, con collegi numericamente costanti dalla nascita della Repubblica – e la riduzione del numero dei parlamentari da 945 a 600 con 345 perdenti posto; mentre la lotta politica – che fa tanto bene alla democrazia – è diventata ancora più vivace, quasi infuocata per proporre ed imporre ciascuno le proprie idee, le proprie ragioni, a volte con motivazioni approssimative e/o non sempre convincenti.

Sta di fatto che a decidere – nel ginepraio di simboli, apparentamenti, collegamenti, alleanze e coalizioni – garantite dalla legge elettorale vigente – sia ancora e per fortuna il cittadino elettore – , come lo identifica l’articolo 1 della Costituzione nell’affermare che: “La sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.”

Il problema fondamentale resta sempre quello di convincere tanti più elettori a recarsi alle urne, visto la sempre crescente astensione dall’esercizio di tale adempimento; nel 2018 l’affluenza è stata del 72,93 per la Camera dei deputati e del 72,99 per il Senato, in calo rispetto alle elezioni del 2013 ed attestandosi la più bassa nella storia repubblicana italiana.

In questa tornata i diciottenni costituiscono l’elettorato attivo per Camera e anche per il Senato. Basta, quindi, saper avvicinare e convincere – nel frattempo e con metodi idonei e garbati – sia i giovani che gli anziani a recarsi alle urne e scegliere, ciascuno, i propri rappresentanti, col tradizionale segno di croce – con la speciale matita – sulle apposite schede elettorali, rispettivamente per i collegi uninominali e proporzionali.

Dubbi e certezze emergeranno quando nel nuovo Parlamento si vorranno portare avanti modifiche costituzionali, disciplinate dall’articolo 138 della Costituzione ed i numeri – a favore o contro – lasceranno, una parte o l’altra, con l’amaro in bocca.

Si afferma sempre che le riforme – per essere accettate da tutti – abbiano bisogno di ampi e trasversali consensi e la riduzione del numero dei parlamentari da 945 a 600 non gioca perfettamente a favore di tale principio democratico.

Basti pensare che con 400 voti alla Camera e 133 al Senato, alla seconda votazione, si è in grado di approvare qualsiasi legge che revisioni la Costituzione, anche nel suo assetto fondamentale, con l’intento di migliorarne maggiore efficienza ed efficacia, senza passare dall’eventuale referendum popolare. Per l’elezione del Capo dello Stato, la maggioranza, dopo il terzo scrutinio, dalla prossima legislatura è – addirittura – di appena 320 voti favorevoli, compreso i delegati regionali. Lo sguardo è rivolto da sempre alla modifica del titolo V, compreso il concetto di autonomie regionali, ben incastonate in un federalismo fiscale che possa far ridurre le differenze di sviluppo tra nord e sud e ad un sistema elettorale che individui dal basso la figura del Presidente del Consiglio e quella apicale del Presidente della Repubblica. Ne è esclusa, comunque, dalla revisione la forma repubblicana perché espressamente previsto dall’articolo 139.
Sarà il nuovo Parlamento in grado di affrontare questi temi di rango costituzionale visto che si troverà in agenda, comunque, tutte le problematiche che ha lasciato il precedente, oltre a quelle che matureranno nel frattempo?

Difficile pensare che vi possa essere tempo e spazio per pensare a tali profonde riforme che, se portate a termine, provocherebbero sicuramente nuove elezioni, magari insieme a quelle del Parlamento Europeo la cui scadenza è prevista per il 23 maggio 2024.

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