sabato, 24 Ottobre, 2020
Economia

Partecipazioni statali in discussione

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Con la paventata chiusura dell’ex ILVA si è tornati a parlare di partecipazione statale nell’economia. Un minimo di dati e di storia non guasta mai.

L’Italia subito dopo la fine della guerra ha iniziato un percorso di partecipazioni statali intervenendo nell’attività economica nazionale sia a livello di gestione aziendale delle imprese che di finanza. Lo Stato o altri Enti pubblici iniziarono a detenere partecipazioni azionarie in società private.

Non dobbiamo confondere, naturalmente, le partecipazioni con lo statalismo che è una tendenza dello Stato ad assumere un fortissimo ruolo nel controllo dell’economia nazionale e nel possesso delle più importanti aziende.

Attualmente lo Stato, per mezzo del MEF, detiene, tra partecipazioni di maggioranza /controllo sei società quotate (tra le quali Poste Italiane), sempre sei società con strumenti finanziari quotati (tra le quali Cassa Depositi e Prestiti e RAI), venti società non quotate (tra le quali SOGEI e Studiare Sviluppo). Fonte Dipartimento del Tesoro.

Negli anni cinquanta il sistema delle partecipazioni aveva così ben funzionato che dall’estero veniva preso addirittura a riferimento.

Nel 1992 però, con l’apertura delle indagini denominata Tangentopoli, numerosi filoni portarono proprio nella direzione delle partecipazioni statali…

Vogliamo ricordare che l’IRI (istituito nel 1933) negli anni ottanta era un gruppo di circa mille società con più di 500 mila dipendenti e che nel 1992 chiudeva con un bilancio di 75.912 miliardi di lire di fatturato, ma con 5.182 miliardi di perdite. Nel 1993 l’IRI era al settimo posto nella classifica delle maggiori società del mondo per fatturato. Nel giugno del 2000 l’IRI è stata messa in liquidazione.

Anche l’ENI ha avuto un passato che merita menzione, infatti, ancora nel 2016 è presente in 73 Paesi con circa 33 mila dipendenti. L’ENI è attivo nei settori del petrolio, del gas naturale, della chimica e della chimica verde, della produzione e commercializzazione di energia elettrica e delle energie rinnovabili. Fino al 2018 è stato l’ottavo gruppo petrolifero mondiale per giro di affari.

Dati questi precedenti nessuno dovrebbe scandalizzarsi di fronte ad una ipotesi di partecipazione dello Stato nell’ex ILVA ancorché con imprese estere. Come pure la stessa ipotesi si era e si sta nuovamente prospettando per l’ex compagnia aerea di bandiera Alitalia.

Certamente il premier Giuseppe Conte deve tentare, prima di avanzare ipotesi di partecipazioni pubbliche, di convincere i privati (esteri) a restare nelle imprese e a mantenere gli impegni, come nel caso dell’ArcelorMittal (ILVA) ma non dovrebbe escludere aprioristicamente e ideologicamente la possibilità di un intervento della Cassa Depositi e Prestiti o di altri soggetti pubblici individuabili dal Ministero.

Il Governo giallorosso potrebbe trovare un compromesso su questo delicato argomento di politica macroeconomica e inserirlo nel contratto di governo che pensano di dover sottoscrivere a gennaio. Aprire fin da ora un tavolo tecnico per lo studio di questa ipotesi non sarebbe sbagliato, anche perché un intervento pubblico ben strutturato potrebbe rilanciare, in Italia, la spesa per Ricerca e Sviluppo, senza la quale si perderebbe competitività mondiale e finanziare investimenti infrastrutturali sostenibili di cui ha altrettanto urgente bisogno tutta l’economia italiana.

I partiti dovrebbero, tutti, aprire un dibattito interno per discutere e affrontare il caso partecipazioni e dare delle risposte articolate in modo tale che ciascuno possa prendersi le proprie responsabilità.

Nel 1991 su iniziativa del giurista Massimo Severo Giannini nasce la proposta del referendum abrogativo del Ministero delle partecipazioni statali perché, si disse, tutelava più gli interessi dei privati che del pubblico. Non è detto che nel 2019 non possa nascere un’idea referendaria di ripristino. I tempi e le economie mondiali cambiano.

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