mercoledì, 26 Gennaio, 2022
Attualità

L’Italia fragile: cantieri fermi, territori in emergenza

Liguria che rischia l’isolamento, viadotti che crollano altri che sono pericolanti e senza controlli, frane, smottamenti, allagamenti, fiumi in piena. Il territorio e le sue fragilità fanno paura, il bollettino degli allarmi si allungano ogni giorno, eppure era già stato tutto scritto, detto, ridetto, denunciato. Così come per i circa 6 mila viadotti che devono essere sistemati ma che nessuno finora sa come intervenire. Sono anni che si parla della fragilità dell’Italia così come segnalano i rapporti Ispra, Legambiente, dell’Unione province italiane Upi, per citare i più recenti, ma di azioni concrete se ne fanno poche, pochissime mentre i danni sono sempre maggiori. “La cementificazione avanza senza sosta soprattutto nelle aree già molto compromesse”, sottolinea l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (Ispra), “ogni abitante italiano ha in ‘carico’ oltre 380 m2 di superfici occupate da cemento, asfalto o altri materiali artificiali, un valore che cresce di quasi 2 metri quadrati ogni anno, con la popolazione che, al contrario, diminuisce sempre di più. È come se, nell’ultimo anno, avessimo costruito 456 m2 per ogni abitante in meno”. Naturalmente il territorio ne è compromesso in modo che non è più in condizione di far barriera a fenomeni climatici avversi, sempre più estremi per il surriscaldarsi dell’atmosfera.
Il consumo di suolo, non necessariamente abusivo, cresce ovunque anche nelle aree protette, in quelle vincolate per la tutela paesaggistica, in quelle a pericolosità idraulica media e da frana, nelle zone a pericolosità sismica. I problemi, al di là dei fenomeni naturali violenti, hanno un impatto quotidiano: negli ultimi sei anni, secondo le ultime stime, l’Italia ha perso superfici che erano in grado di produrre tre milioni di quintali di prodotti agricoli e ventimila quintali di prodotti legnosi, nonché di assicurare lo stoccaggio di due milioni di tonnellate di carbonio.
Soprattutto fa paura con danni evidenti e rischi per le persone, il fatto che l’acqua piovana si disperda su superfici a rischio.
Così per Legambiente “l’infiltrazione di oltre 250 milioni di metri cubi di acqua di pioggia che ora, scorrendo in superficie, non sono più disponibili per la ricarica delle falde aggravando la pericolosità idraulica dei nostri territori”. Calcoli ci sono anche per la perdita economica. Se rimaniamo ai numeri recenti, il consumo di suolo ha prodotto danni compresi tra i 2 e i 3 miliardi di euro all’anno dovuti alla perdita dei servizi ecosistemici del suolo. Nel lungo elenco di dissesti provocati non dalla natura ma dall’uomo ci sono processi di degrado come la frammentazione, l’erosione, la perdita di habitat, la desertificazione.
Nel frattempo il clima è cambiato. Le città italiane, da Nord a Sud, ne pagano le conseguenze. L’acqua alta a Venezia è un esempio delle nuove emergenze, ma soltanto negli ultimi mesi il Paese è stato colpito da 148 eventi meteorologici estremi, che hanno causato 32 vittime e oltre 4.500 sfollati. Un bilancio di gran lunga superiore alla media degli ultimi cinque anni.
Numeri più aggiornati, per quanti hanno interesse ad approfondire il tema, sono contenuti nel rapporto 2019 dell’Osservatorio CittàClima di Legambiente, realizzato in collaborazione con Unipol e intitolato per l’appunto “Il clima è già cambiato”.
“Il consumo di suolo in città ha un forte legame anche con l’aumento delle temperature”, fanno presente inoltre i ricercatori dell’Ispra, “dalla maggiore presenza di superfici artificiali a scapito del verde urbano, infatti, deriva anche un aumento dell’intensità del fenomeno delle isole di calore. La differenza di temperatura estiva delle aree urbane rispetto a quelle rurali raggiunge spesso valori superiori a 2°C nelle città più grandi”.
“I dati”, osserva il presidente Ispra e Snpa, Stefano Laporta, “confermano l’urgenza di definire al più presto un assetto normativo nazionale sul consumo di suolo, ormai non più differibile”. A ribadire l’emergenza e le iniziative da intraprendere è il Presidente del consiglio Giuseppe Conte, “Sono giorni drammatici, abbiamo vissuto una cosa simile lo scorso anno. Noi abbiamo approvato il piano ‘proteggi Italia’, che serve a prevenire queste calamità consapevoli di avere un paese forte ma un territorio fragile”, sottolinea il premier durante un collegamento con Adnkronos Live, parlando del dissesto idrogeologico, “serve la messa in sicurezza del territorio noi abbiamo organizzato al meglio la prevenzione recuperando 11 miliardi in base pluriennale. Dobbiamo accelerare gli investimenti”.
Infine, una stima definitiva deve essere fatta, ma attualmente si contano 6 mila viadotti che necessitavano di un intervento urgente e per i quali non è stato fatto ancora nulla. L’allarme è lanciato dal presidente dall’Upi (unione delle Province italiane), “All’indomani della tragedia del ponte Morandi”, spiega Michele De Pascale, “ci venne chiesto un monitoraggio urgente sugli oltre 30 mila ponti, viadotti e gallerie in gestione. In poche settimane consegnammo al ministero delle Infrastrutture un quadro da cui emergeva la necessità di intervenire su 5.931 strutture, su cui avevamo già pronti i primi progetti, e di procedere con indagini tecnico diagnostiche urgenti su 14.089 opere”.
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