giovedì, 12 Dicembre, 2019
Editoriale Esteri

Il Regno Unito riporta a casa bambini orfani: Un gesto caritatevole?

È iniziato, alla fine della scorsa settimana, il rimpatrio verso il Regno Unito di alcuni bambini britannici, tra i 7 e i 10 anni, detenuti in un’area della Siria nord-orientale formalmente controllata dallo Stato Islamico.Il Primo Ministro Boris Johnson ha comunque dichiarato che“il ritorno dei bambini” è stato sì un “atto di grande successo“, ma “sarebbe troppo ottimista dire che si potrebbe fare in ogni singolo caso“. La verità è che il Regno Unito, così come altri paesi europei, non vogliono attuare una politica generale di rimpatrio ma valutare il singolo caso. Il principale ostacolo, nel riportare indietro i bambini, è quindi di natura politica, sebbene i Paesi europei abbiano sostenuto di dover affrontare anche problemi di natura logistica oltre che legali. Tuttavia, altri Paesi, tra cui il Kosovo e il Kazakistan, hanno già avviato un rimpatrio di massa, riportando a casa rispettivamente dai 70 ai 350 bambini.

Nel Regno Unito, invece, vi è sempre stata grande resistenza ad accogliere i propri cittadini che hanno viaggiato verso l’Iraq e Siria per unirsi allo Stato islamico. Sia Priti Patel, il segretario agi Affari Interni del Regno Unito, sia il suo predecessore Sajid Javid, hanno più volte respinto l’idea di far rientrare i cittadini britannici dai campi di detenzione in Siria, ritenendo che rappresentino un pericolo per la sicurezza del Regno Unito. Famoso il caso di Shamima Begum, l’adolescente che era partita, insieme a delle amiche, nel 2015, per unirsi allo Stato islamico finendo per sposare uno dei combattenti. Aveva chiesto il permesso di rientrare per dare alla luce il terzo figlio, dal momento che i primi due erano morti per denutrizione e mancanza di condizioni sanitarie adeguate. Il ministro Sajid Javid, allora responsabile del dicastero degli Interni, era stato, però, irremovibile. Shamima è stata privata della sua  cittadinanza e, attualmente, si trova in un campo di detenzione in Siria dove sta tentando di appellarsi contro il suo caso.

Il segretario agli Esteri britannico, Dominic Raab, ha dichiarato che i “bambini innocenti” non avrebbero mai dovuto essere sottoposti agli “orrori della guerra” e che “è stato facilitato il loro ritorno a casa, perché era la cosa giusta da fare”, ha aggiunto in una nota. I potenziali cittadini da rimpatriare devono essere comunque valutati caso per caso escludendo, per ora, di aprire le porte ad una politica generale di rimpatrio. I sostenitori della linea dura hanno, infatti, sostenuto che gli stessi bambini possono essere un rischio per la sicurezza nazionale. Vengono stimati all’incirca  60 bambini britannici ancora in Siria.

Ma più a lungo i bambini saranno costretti a soffrire gli orrori dei campi di detenzione, più sarà difficile per loro reintegrarsi nella società una volta tornati a casa. Le condizioni estreme dei centri di detenzione del califfato– come la scarsità di acqua potabile o di servizi igienici adeguati –o di squallidi campi come il campo di sfollamento di Al-Hol, esprimono profonda preoccupazione. I combattenti stranieri dovrebbero essere rimpatriati ed affrontare un processo davanti ai tribunali dei loro Paesi di origine, anche se nazioni come la Germania, Francia, Belgio e Regno Unito dovranno affrontare sfide legali e legislative significative nel perseguirli. Ma i bambini portati in Iraq e in Siria o quelli che sono nati lì, non hanno mai avuto possibilità di scelta in merito. La comunità internazionale deve fare in modo che gli stati nazionali si assumano la responsabilità di questi bambini,garantendo di interrompere il ciclo di radicalizzazione ed estremismo e di farli crescere come membri della loro società nei Paesi di origine. Negare loro questa possibilità è moralmente ripugnante e non sarà comunque una garanzia per escludere minacce future. In realtà, come abbiamo avuto modo di osservare dai fatti precedentemente descritti, la questione del rimpatrio si profila oltre che molto complicata anche dagli aspetti umani abbastanza delicati.

Fortunatamente il numero dei combattenti italiani prigionieri in Siria è molto esiguo, in tutto 135 e, non tutti provvisti di passaporto italiano.

Secondo le informazioni in nostro possesso, gli individui legati all’Italia in mano alle forze delle SDF sarebbero tre: Samir Bougana, cittadino italiano, nato nel 1994 in provincia di Brescia e partito dalla Germania nel 2013 (dove si era trasferito con la famiglia); Meriem Rehaily, una ragazza 23enne di origine marocchina, già residente in provincia di Padova, condannata a 4 anni di carcere in contumacia per arruolamento con finalità di terrorismo a dicembre 2017; Sonia Khediri, partita dalla provincia di Treviso a 17 anni, catturata dalle SDF a gennaio 2018 insieme ai suoi due bambini di tre anni e quattro mesi.

In definitiva “l’emergenza” italiana è piuttosto contenuta, solo 2 foreign fighters per milione di abitanti, contro i circa 46 per milione di abitanti in Belgio, 33 in Austria, 30 in Svezia e 28 in Francia. 

Man mano che la minaccia di un ritorno di massa dei Foreign Fighters va concretizzandosi aumenta proporzionalmente il serio rischio di attacchi terroristici in Europa, anche se ora il monitoraggio operato dai Servizi di Sicurezza non ha permesso che questo rischio diventi concreto.

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