giovedì, 12 Dicembre, 2019
Esteri

Terroristi nuovamente liberi? La Turchia inizia a rinviare in Occidente i combattenti stranieri catturati

Oggi più che mai la questione dei foreign fighters (combattenti stranieri arrestati, colpevoli di perpetrare attentati in un paese diverso dal loro) cattura l’attenzione dell’opinione pubblica. Nelle capitali occidentali il fenomeno dei combattenti stranieri catturati è stato offuscato per anni dai politici e dai funzionari governativi. Dopo aver spogliato della cittadinanza originaria i propri cittadini appartenenti allo Stato islamico, molti Paesi hanno sostenuto che coloro che aderiscono ad un’organizzazione terroristica hanno perso il diritto alla cittadinanza. Il problema è che molti Paesi del mondo, tra cui diversi stati europei, non vogliono farsi carico del problema. Infatti i governi europei si sono rifiutati più volte di rimpatriare i loro cittadini fuggiti per unirsi allo Stato Islamico, rafforzando così in loro un senso di abbandono e un’ideologia ricca di odio.  Il timore dei paesi europei è che questi, una volta rientrati nei loro paesi di origine, mettano in pratica l’addestramento militare ricevuto per organizzare o compiere attentati. Metterli in prigione rischia, invece, di causare una serie di altri problemi, soprattutto se si considera che negli ultimi anni le carceri sono diventate uno dei posti più fertili per il fenomeno della radicalizzazione, oltre ad essere molto spesso strutture inadatte per l’incarcerazione a lungo termine.

Sono molti i combattenti dell’ISIS detenuti nelle prigioni turche, tra i quali anche molti occidentali, ed in particolare europei. Proprio questi ultimi, il Presidente della Turchia, Recep Tayyip Erdogan, vorrebbe rimpatriare. In seguito all’invasione della Turchia nel nord della Siria, le sue forze armate arrivarono a controllare quasi 3.000 combattenti stranieri detenuti in carceri e in centri di detenzione precedentemente sorvegliati dalle forze democratiche siriane e dai curdi siriani. In poco tempo, il capo di Stato turco, però, è passato dalle minacce ai fatti. Dopo averlo ripetutamente annunciato, la Turchia ha avviato le procedure per l’espulsione dei combattenti dello Stato islamico. Solo la scorsa settimana, la Turchia ha rimandato indietro degli ex membri dello Stato Islamico e i loro parenti in Germania, Stati Uniti, Danimarca e Regno Unito. Anche il Presidente americano Donald Trump ha intimato agli alleati europei di riprendersi i propri combattenti stranieri catturati con le loro famiglie e di provvedere a processarli, minacciando in alternativa di “rilasciarli “.

La Turchia rimane in contrasto con i Paesi dell’Unione Europea (UE) su una serie di questioni: dalle preoccupazioni umanitarie, alla trivellazione petrolifera non autorizzata, alla politica sulla sicurezza. Ankara ha fornito rifugio agli sfollati siriani e ad altri rifugiati e ha ribadito categoricamente la necessità che le nazioni dell’UE e altri Paesi rimpatrino i loro cittadini. La Turchia ha sopportato il peso maggiore della crisi dei rifugiati ospitandone in totale oltre 3 milioni, e ora si trova con migliaia di prigionieri dello Stato islamico e nessun percorso chiaro su come affrontarli. I Paesi europei, invece, per ragioni di sicurezza, economiche e legali non si sono impegnati attivamente a rimpatriare i propri foreign fighters. Chiaramente occorre considerare il rischio di rimpatriare “soggetti pericolosi” nella misura in cui essi non abbiano abbandonato l’ideologia jihadista e siano persino ancora interessati a usare la violenza per raggiungere obiettivi estremistici. Quindi la preoccupazione di natura politica è che, quest’ultimi, una volta rimpatriati diventino una minaccia per la sicurezza nazionale. Dal punto di vista legale, invece, processare i jihadisti rimpatriati sarebbe particolarmente complicato. Non tutti i Paesi europei hanno strumenti normativi adatti per gestire procedimenti penali nei confronti di questi soggetti. In più raccogliere prove sufficienti per condannare i combattenti stranieri in Tribunale, nel contesto della guerra civile siriana, non è affatto semplice. Il problema di dimostrare la colpevolezzaper reati specifici, come omicidio, rapimento o tortura, in remote zone di guerra è una sfida enorme ma che può e deve essere affrontata.

Le nazioni europee, dal loro canto, hanno spinto affinché i loro cittadini affrontassero la giustizia nei Tribunali iracheni, proponendo persino la costituzione di un Tribunale internazionale, che è semplicemente un modo per evitare la dura, ma necessaria, responsabilità di trattare con i propri cittadini. Un rompicapo di diritto internazionale e giudiziario che deve essere gestito in fretta. L’incapacità di affrontare questa sfida in modo significativo creerà in futuro solo un pericolo maggiore, alimentando così la narrazione salafi – jihadista di rimostranze e di vendette efficace nel reclutare seguaci; inoltre lo Stato Islamico ha riservato grande spazio all’impiego dei bambini nell’ambito della sua vasta e sofisticata attività di indottrinamento e di propaganda.

Ecco come la politica internazionale di carattere “sovranista” rischia di riflettersi a boomerang sulla sicurezza nazionale dei nostri territori mettendo in serio pericolo la libertà e la sicurezza dei cittadini europei.

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