domenica, 7 Agosto, 2022
Esteri

Più gas e petrolio italiano? Costo 2 mld, benefici nel 2023

La guerra della Russia contro l’Ucraina riporta il tema energia in assoluta evidenza. Le ipotesi che fino a ieri erano impensabili, tornano ad essere protagoniste. È il caso del carbone. come ha ricordato Draghi, nell’informativa alle Camere. “Potrebbe essere necessaria la riapertura delle centrali a carbone, per colmare eventuali mancanze nell’immediato”. Il premier è chiaro dichiarandosi: “pronto a intervenire per calmierare ulteriormente il prezzo dell’energia, ove questo fosse necessario”. Lo guerra inoltre continua a far impennare i prezzi di materie prime ed energetici, per l’Italia non rimane altra tra strada che puntare sulle sue risorse. Così gas, petrolio e carbone non sono più un tabù ma una necessità. Anzi bisogna decidere subito, ritardi e dispute saranno accantonate. “Dobbiamo procedere spediti sul fronte della diversificazione”, evidenzia Draghi, “per superare quanto prima la nostra vulnerabilità e evitare il rischio di crisi future”. Il ritorno a una fonte fossile come il carbone, posta al bando perché ritenuta altamente inquinante, diventa una scelta prioritaria e concreta.

Il carbone 5% del fabbisogno nazionale

L’Italia si era impegnata a non estrarre carbone ma i sette siti minerari non sono stati mai chiusi. Cinque sono di proprietà Enel, uno della multiservizi del comune di Milano A2A, e uno a Monfalcone. Gli impianti presenti sono tutti nel centro nord. A La Spezia, Fiume Santo e Portoscuso in Sardegna; c’è quello di Brindisi, e di Torrevaldaliga in provincia di Roma; l’impianto Fusina di Venezia e Monfalcone a Gorizia. In tutto quasi il 5% della necessità energetica nazionale.
L’Italia si era impegnata a convertire gli impianti ma nel gennaio scorso l’impennata dei prezzi ha rimesso tutto in discussione. La prima centrale riattivata è stata La Spezia, poi Monfalcone. A favore del carbone inoltre c’è il prezzo rimasto stabile.

Gas e petrolio

Le stime dicono che il Paese può contare su 1,8 miliardi di barili di petrolio e 350 miliardi di metri cubi di gas. Questa la strategia sulla quale appare orientato il Governo ma gli intoppi non mancano. Veti ideologici, incertezze e ritardi, hanno paralizzato la produzione, oggi ci sono giacimenti “sfiatati” e altri da ammodernare e mettere in produzione, con costi che superano i due miliardi. Gas e petrolio nazionali non saranno disponili nell’immediato mentre i prezzi internazionali corrono.

L’impennata record

Con il conflitto Russo-Ucraino la possibilità che i prezzi scendano è una illusione.
Nel frattempo la politica energetica dell’Italia è in preda ai paradossi, dimenandosi tra due obiettivi “in contraddizione”. Da un lato il Consiglio dei ministri decide di aumentare la produzione e dall’altra il ministero della Transizione ecologica, riduce l’estrazione dai giacimenti nazionali pubblicando il Piano regolatore sull’uso del sottosuolo (Pitesai), che in pratica blocca o riduce le possibilità di ogni concessione estrattiva.

Ritardi e scelte contrapposte

I due obiettivi sono in contrapposizione e stridono con i tempi di una sfida che si fa pericolosamente stringente. Il decreto del Cdm contro i rincari energetici inoltre non spiega dove estrarre gas e petrolio, e d’altronde stando al Piano Pitesai, non ci sarebbe nessuna opportunità immediata.
Per capire la situazione attuale bisogna fare un passo indietro nel 1991 quando l’Italia, toccò il picco di produzione con 21 miliardi di metri cubi, mentre oggi ora siamo a meno di 4 miliardi l’anno. Per ridurre la dipendenza dell’import del gas Russo, Algerino e degli USA, la produzione nazionale dovrebbe raggiungere la cifra di 6, massimo 10 miliardi di metri cubi all’anno. Su questo il Consiglio dei ministri non ha dato dettagli, tuttavia, stando ad alcune indicazioni si punta ad almeno 2,2-2,5 miliardi di metri cubi in più l’anno. Ma non sarà facile. Altro tema nevralgico, infatti, sono gli investimenti. Recuperare il tempo perso, il blocco della produzione e ammodernare gli impianti costerà una cifra valutata sui 2 miliardi di euro.

Piani e deroghe

Per uscire dal gioco delle contrapposizioni sarà necessario introdurre deroghe al piano antitrivelle Pitesai che è molto restrittivo. La produzione secondo il Piano potrà essere avviata solo dove “ricadono in tutto o in parte in aree considerate idonee nell’ambito del Piano per la transizione energetica sostenibile delle aree idonee”.

Prezzi calmierati

Per aumentare la disponibilità di gas nazionale e magari fornirlo alle imprese a prezzi calmierati, servirà un piano trivelle e si ipotizza creare “una cabina di regìa o un commissario”. Nel contempo, in omaggio alla Transizione ecologica, bisognerà potenziare la disponibilità di fonti energetiche alternative.

Il Governo chiede la svolta

Stando alle prime stime e indicazioni il gas sarà estratto per l’80% dal Canale di Sicilia, dai giacimenti Argo e Cassiopea. Un 15% dalle riserve di Ravenna e al largo delle Marche. Il 5% sarà cercato nei fondali dello Ionio al largo di Crotone.
Niente per ora è previsto dalle riserve dell’Alto Adriatico. O da altri mega giacimenti scoperti ma privi di istallazioni.

Soldi e tempi

Per riavviare quelli chiusi le ipotesi parlano che trascorreranno dai 10 mesi ai 3 anni, secondo i casi e le difficoltà. Nel contempo dovranno essere ordinati macchinari, sistemi di perforazione, apparecchiature e aprire i cantieri. In altre parole il primo gas aggiuntivo si vedrà nel 2023. Prima arriverà solo il carbone.

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