venerdì, 15 20 Novembre19
Economia

La manovra economica e le manovrine politiche

Mentre l’Europa e i mercati guardano con attenzione alla prossima legge di Bilancio per capire se, stavolta, l’Italia fa sul serio o no i partiti sono impegnati in giochi e giochetti funambolici.

Succede così che sulla manovra economica si innestano manovrine politiche dei partiti della maggioranza    che ostentano ambizioni strategiche ma, per ora, sembrano solo tattiche di posizionamento.

All’opposizione invece marcia con scarponi duri e rumorosi con una sua chiarissima strategia Salvini. A piazza San Giovanni ha consacrato la sua leadership su quello che fu il centrodestra europeista e oggi è un fronte di destra sempre più nazionalista centrato sulla Lega con un alleato (FDI) che tenta invano di scavalcare a destra Salvini e un satellite come Berlusconi ridotto all’ombra di se stesso che rappresenta il peggiore ossimoro della politica: europeista e liberale a Bruxelles, fedele del sovranista che ambisce ai pieni poteri a Roma. Che tristezza…

Le manovrine nella maggioranza hanno due personaggi chiave: uno riemergente, Renzi, l’altro tramontante, Di Maio.

L’Italia viva è partita senza una identità precisa ma disposta ad aprire le porte alla trionfante scontentezza di chi, per motivi più o meno nobili, non vuole stare più nel Pd, M5s o in Forza Italia. Per andare dove, ancora non è chiaro. Ma, come diceva Lenin attribuendo questa frase a Napoleone “On s’engage et puis l’on voit”, si parte e poi si vede. Renzi vuol costruire un grande centro? Vuole ridisegnare una sinistra riformista moderata? Vuole essere il Macron e creare un rassemblement da contrapporre al fronte nazionalista salviniano? Tutt’e tre le cose forse, ma si vedrà. Per ora prevale la tattica: insidiare Conte, provare a far comunella con Di Maio per cambiare inquilino a Palazzo Chigi e fare pesare i propri voti con continue richieste. Il Renzi rientrante avrà imparato la lezione del Renzi plurisconfitto? Forse sì forse no.

Di Maio, a differenza di Renzi, è un leader che ha ballato un anno solo e con il risultato di aver fatto perdere la metà dei voti ai 5stelle per la troppa acquiescenza verso Salvini. Non controlla più il suo partito diviso in almeno 5 aree (non uso la parola correnti per non sembrare offensivo). Ha mal digerito di non essere per la seconda volta andato a Palazzo Chigi, considera Conte un usurpatore e ha nostalgia delle promesse di Salvini che ha solleticato all’inverosimile l’ambizione del giovane e si è dovuto arrendere solo perché il padre fondatore Grillo ha imposto Conte e si è sbarazzato di Di Maio. Il “capo politico” cerca spazio infastidendo Conte e chiamando a raccolta la squadra dei Ministri suoi fedelissimi. Ma i gruppi parlamentari non lo seguono e cresce il numero di coloro che non lo considerano più la loro guida politica. Dove porteranno le punzecchiature di Di Maio contro Conte non si sa. Se la tattica di Di Maio si sommasse, per una comica ironia della storia, con quella dell’odiato Renzi, assisteremmo ad una escalation di richieste sempre più esorbitanti che metterebbero a dura prova la calma finora apollinea di Conte, ma difficilmente farebbero saltare la maggioranza. Di Maio non può tornare con Salvini e Renzi ha bisogno di tempo per far crescere la sua creaturina.

E allora? Allora niente di serio all’orizzonte. I prossimi due mesi della sessione di Bilancio saranno segnati dal solito tiro alla fune che non si spezzerà ma rischia di trasformare la Legge di Bilancio in un minestrone e di norme contraddittorie senza quella visione di rimessa in sesto dei conti che, per ripartire, Europa, mercati, mondo produttivo e cittadini pensanti si aspettano.

Tanto… poi si vede no?

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