martedì, 22 Settembre, 2020
Società

Coraggio e cultura per una giusta manovra

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Non possiamo che pensare ancora al lavoro per i giovani, la cui soluzione purtroppo diventa sempre urgente. Pur apprezzando la parte di manovra che riduce il cuneo fiscale e che consentirà di conseguenza un qualche sollievo agli occupati, abbiamo il dovere di pensare con insistenza ai giovani che un lavoro non lo hanno e neppure pensano di trovarlo presto. In questa manovra finita intorno alle cinque del mattino di ieri troviamo troppo poco, per non dire nulla, sugli investimenti che possono consentire l’aumento occupazionale giovanile. 

Il Consiglio dei Ministri, se ha fatto le cinque del mattino, certamente avrà lavorato per far quadrare una manovra piena di insidie tecniche e politiche. La crescita però, che potrebbe consentire di creare nuova occupazione passa per un percorso dove serve grande coraggio e cultura. Era questa l’occasione nella quale l’Italia, che da troppo tempo sta dicendo di voler cambiare le norme europee sulle gabbie di manovra, avrebbe potuto chiedere tempo e pretendere un tavolo di riflessione e ripensamento. 

Se non ora quando e chi per me se non io?  Se non si è fatto ora è la dimostrazione evidente che non solo non siamo in grado di cambiare nulla in Europa ma soprattutto che non abbiamo neppure il coraggio di aprire una discussione. 

Chiunque sa leggere nelle famiglie italiane vede in esse l’amarezza dei genitori che non sanno come poter affrontare il lavoro dei propri figli e soprattutto non sanno a chi affidare le loro speranze.

Non desideriamo, in questo contesto, entrare nelle polemiche dell’europeismo ma dobbiamo però constatare ed evidenziare che per l’elaborazione di questa manovra il governo italiano, qualunque fosse stato, avrebbe dovuto interloquire ed affrontare il problema delle regole bilancistiche e debitorie europee. Sfumato questo momento, nel quale il Consiglio dei Ministri ha pensato provincialmente a salvare quasi unicamente dichiarazioni e presupposti di sopravvivenza politica, non abbiamo altro da fare che dichiarare la nostra delusione personale e dei nostri elettori su questo argomento di “vitale” importanza.

Ci piacerebbe che gli intellettuali e gli economisti italiani, affiancati da politologi e a cultori di ogni tipo, aprissero un primo dibattito scientificamente strutturato sulle “regole” europee. Non desideriamo più sentire i soliti “ospitati” televisivi, l’Italia è piena di donne e uomini saggi in grado di studiare e riscrivere le regole tenendo conto dei nuovi parametri dettati dalla psicoeconomia e dalla socioeconomia. Non è più semplicemente algebrico il risultato dei bilanci sociali, ora occorre tenere conto dei cambiamenti e dei mutamenti che investono psicologicamente “le persone” governate. 

I giovani sono i più deboli di questa società sempre più incagliata in un perenne social che trasforma il pensiero concreto in pensiero fantastico e liquido. I giovani senza lavoro non vogliono più reagire se non attraverso frasi e posture da fumetti, dentro i quali preferiscono nascondersi per dimostrare tutto il loro disprezzo verso una classe politica che non li considera “umani”, ma solo come numeri da voto. Abbiamo troppa stima e fiducia nei nostri giovani per essere certi che troveranno presto il modo di emergere e proporsi al mercato con tutte le loro competenze e conoscenze. Ma un mercato di riferimento dobbiamo darglielo. Chi vive tra i giovani come noi, sa quanto valgono e capisce anche che non vogliono creare problemi alle loro famiglie e al contesto che vivono, e che preferiscono passare per fannulloni, per troppo choosy o per incapaci. Troppo intelligenti, i nostri giovani, per offrirsi alle battaglie della politica, dell’Europa e della civiltà contemporanea.  

Invitiamo gli intellettuali italiani, che conoscono i giovani meglio di ogni politico, a stringersi intorno alle nostre colonne per aprire un dibattito serio e costruttivo da poter consegnare a questo governo, prima che sia troppo tardi. Li ringraziamo anticipatamente.

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