sabato, 2 Luglio, 2022
Esteri

L’Iraq insegna: la presenza Usa conta, al di là dei numeri

Bisogna imparare dagli errori commessi in passato. La decisione di andar via dall’Iraq nel 2011 fu pessima. Anche se ben eseguita e anche se la leadership irachena non voleva negoziare uno “Status of Force Agreement” a protezione dei soldati americani.

Nel dicembre 2011, ero in un piccolo complesso statunitense vicino a Baghdad. Parlavo con i leader di uno dei nostri servizi segreti riguardo alle opzioni per mitigare la perdita sia dell’intelligence tecnica che di quella umana. Le forze militari statunitensi erano state ridotte a zero in Iraq. Più tardi quella notte dopo i miei incontri ho fatto una chiamata al mio capo Gen. Jim Mattis, allora il comandante dello U.S. Central Command (CENTCOM). Aveva appena partecipato a un’altra sessione con la leadership di Washington e le sue parole rimangono con me fino ad oggi: “Ragazzo, abbiamo dato il nostro miglior consiglio militare, ma il Presidente è stato molto chiaro, zero significa zero. “In parole povere, il  Gen. Mattis stava dicendo che non importa di cosa hanno bisogno i servizi segreti, o cosa vogliono che facciamo o cosa dovremmo fare: le nostre forze militari degli U.S.A. andranno a zero in Iraq. La decisione è stata presa, “tornare a Tampa”.

Una pessima decisione

Come la storia ci ha dimostrato, quella decisione, anche se ben eseguita, è stata pessima, ma non intendo dare la colpa a un’amministrazione presidenziale. Questa decisione, come quella di oggi in Afghanistan, è stata inizialmente negoziata dall’amministrazione precedente e portata avanti dall’attuale. Detto questo, la responsabilità era di molte persone, tra cui la leadership irachena che non voleva negoziare uno Status of Forces Agreement che era necessario per proteggere i nostri soldati. Alla fine, tenere lì le truppe americane sarebbe stato difficile, ci sarebbero state ricadute politiche, e avremmo dovuto regolare la nostra tempistica, ma questo non avrebbe dovuto importarci. La nostra leadership deve sempre dare priorità a ciò che è nel nostro interesse nazionale, anche quando è difficile.

Ora, mentre guardiamo questa debacle svolgersi nella nostra uscita dall’Afghanistan, quali lezioni imparate dall’Iraq dovremmo applicare oggi e c’è ancora tempo? Ci sono lezioni apprese dall’Iraq che sono applicabili in Afghanistan perché anche se la storia non si ripete, certamente si somiglia.

Perché la presenza degli Usa conta  tanto

Non si tratta solo di numeri, si tratta anche di leadership e impegno. I media e gli analisti militari spesso guardano al numero di truppe o attrezzature perché è una metrica facile, ma quel numero da solo non coglie un punto chiave: l’influenza americana è di gran lunga maggiore. Indipendentemente da tutti i discorsi sull’ascesa della grande competizione di potere e il passaggio dagli Stati Uniti come potenza globale unica ad un mondo multipolare, la leadership e l’influenza degli Stati Uniti continueranno ad essere molto più ampi del numero di truppe presenti. Il nostro impegno dichiarato o implicito e la nostra presenza continuano ad avere un peso maggiore rispetto ai numeri e anche un impatto maggiore se facciamo il duro lavoro di leadership e costruiamo una coalizione con altre nazioni. Non dobbiamo guardare oltre le ultime settimane in Afghanistan per vedere di nuovo tutto questo.

I talebani hanno ora il controllo della maggior parte dell’Afghanistan; l’unica differenza di qualche mese fa è che abbiamo rimosso 3500 soldati degli Stati Uniti. e la coalizione di nazioni che sostenevano quello che stavamo facendo. Quei soldati non erano in operazioni di combattimento diretto contro i talebani, stavano facendo un certo numero di missioni, ma erano inoltre un simbolo della direzione e dell’impegno degli Stati Uniti. Nonostante la storia di corruzione del governo afghano alla fine la nostra presenza, quei 3.500 soldati, ha contribuito a tenere a bada i talebani. Questo ci ha concesso una base da cui continuare a accumulare informazioni e, cosa più importante, a prevenire la rinascita di al-Qaeda o l’ascesa di un’altra rete terroristica globale.

*di Kevin Donegan
già Comandante della Quinta flotta, delle Forze marittime unificate di 32 Paesi in Medio Oriente
e responsabile di operazioni antiterrorismo in Siria, Yemen, Iraq e Afghanistan

(traduzione a cura di Sofia Mazzei)

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