giovedì, 27 Febbraio, 2020
Editoriale Società

Strumenti nuovi contro le mafie silenti

“Strumenti nuovi per far fronte alle cosiddette mafie silenti che non sparano ma investono e corrompono”. Il dottor Catello Maresca è stato il primo magistrato della Repubblica a guardare negli occhi il boss dei Casalesi Michele Zagaria all’interno del bunker di cemento armato che si era fatto costruire per proteggere la sua lunghissima latitanza sotto un’abitazione privata di Casapesenna.

L’incontro è ampiamente descritto in fiction e documentari di successo, oltre che nel volume “L’ultimo bunker. La vera storia della cattura di Michele Zagaria, il più potente e più feroce boss dei Casalesi” (Garzanti editore) che il giudice ha scritto a quattro mani con il collega giornalista Francesco Neri per sottolineare il valore, anche simbolico, di quella cattura così tenacemente inseguita da lui e dagli uomini e dalle donne della Polizia.

La lotta ai sodalizi criminali è estremamente complessa alla luce della notevole capacità di penetrazione nel tessuto sociale ed economico delle cosche, sempre più attente a preservare i propri patrimoni da sequestri e confische.

Ecco perché ascoltare il punto di vista di un servitore dello Stato – da anni in prima linea a rischio della propria vita – può essere molto utile per capire quali automatismi necessitano di interventi da parte del legislatore.

Dottor Maresca, tutti parlano di riforma della giustizia. In che modo attuarla?
“A mio modo di vedere occorre intervenire sotto due profili. Il primo, quello più importante, riguarda un concetto che, semplificando, si può condensare con l’espressione certezza della pena. Bisognerebbe mettere mano all’intero sistema sanzionatorio. A partire dal profilo cautelare; da quelle misure, cioè, che vengono adottate prima della celebrazione del processo. È evidente che tutto questo deve andare di pari passo con la riforma del sistema carcerario. Servono pene certe, diversificate rispetto al profilo risarcitorio”.

 Vale a dire?
“Alcuni reati esigono un risarcimento: non ci si può limitare alla sola pena detentiva. È necessario un rafforzamento delle misure patrimoniali, in modo che si possa incidere sul patrimonio del reo al fine di risarcire la persona offesa o lo Stato per il danno procurato alla comunità. Collegato inscindibilmente al tema della certezza della pena c’è quello, altrettanto rilevante, del legame tra la criminalità organizzata e corruzione. In questo caso occorre una valutazione ponderata e reale di quelle che sono le esigenze punitive. Non penso a misure emergenziali o eccezionali ma ad un tavolo tecnico composto da esperti che valuti l’adozione di strumenti nuovi per far fronte alle cosiddette mafie silenti che non sparano ma investono e corrompono”.

 Quale è la sua opinione in merito alla separazione delle carriere in magistratura?
“Il tema della separazione delle carriere non mi appassiona. Non credo sia questo il problema della giustizia in Italia. Chi la esercita quotidianamente sa che gli spazi di autonomia della giurisdizione sono molto ampi. Peraltro pensare che i giudici si facciano condizionare dal solo fatto di conoscere i pubblici ministeri mi sembra anche svilire la funzione che deve essere autorevole ed alta”.

I cittadini possono continuare a credere nella giustizia? O è meglio affidarsi a quella ultraterrena?
“Sono convinto che i cittadini debbano continuare a credere fortemente nella giustizia. Il rispetto delle sentenze è un principio cardine degli ordinamenti democratici. L’autorevolezza dell’organo giudicante è un presidio di libertà per tutti. Richiedere una giustizia rapida ed efficace è importante, ma, al tempo stesso, non si può non riporre fiducia nel verdetto finale che deve essere quello che si celebre nelle aule di giustizia. Purtroppo spesso accade che si celebrino processi atipici. Mi riferisco ai processi che si fanno in tv e sui media in generale. In questi casi, però, si prescinde dalle regole processuali che sono presidio di libertà e di democrazia sia per chi le subisce che per le vittime che invocano giustizia. La sede naturale del processo è il tribunale e deve tornare ad esserlo per acquisire quella autorevolezza della decisione che un paese moderno e democratico deve necessariamente avere”.

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