mercoledì, 27 Maggio, 2020
Politica

Il Pd dopo Renzi? Un’altra sinistra è possibile

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Non è un dramma ma neanche una festa. L’uscita di Renzi dal Pd nel breve periodo non seminerà il panico nel partito di Zingaretti ma neanche farà stappare bottiglie di champagne per la fine di una polemica interna che era diventata a volte surreale.

Il Pd aveva messo nel conto la scissione da almeno un anno e molti pensavano che Renzi l’avrebbe realizzata subito dopo le elezioni europee. Pochi si aspettavano che Renzi a suo modo protagonista del cambio di rotta a favore dell’alleanza con i 5stelle se ne andasse allegramente non appena a Governo appena completato.

Qualcuno aveva prudentemente suggerito all’ex segretario di aspettare almeno il varo della legge di bilancio per non dare scossoni nella fase più delicata del Conte 2, sia perché fase iniziale sia perché coincidente con il provvedimento di maggior peso da adottare.

Ma Renzi ha fatto di testa sua, litigando, per ora, anche con alcuni fedelissimi che sono rimasti ancora nel Pd.

Ora però non si può far finta che non sia successo niente. Zingaretti, che aveva provato con flemma a tenere unito il partito, deve adottare alcune iniziative che chiariscano il ruolo che il Pd vuole avere, adesso che in qualche modo non è più condizionato dai renziani.

Andiamo con ordine. Zingaretti in questi giorni dovrà cercare di contenere l’emorragia e quindi dovrà dialogare con i pochi renziani rimasti e con coloro che sono tempestati di telefonate per passare sull’altra sponda.

Fin qui non è difficile. Il segretario di un partito di governo ha molti argomenti per convincere. Ma non è questo il problema.

La decisione vera che Zingaretti deve adottare riguarda la linea strategica del Pd che non è apparsa chiara da almeno 3 anni e che, dopo la sconfitta del marzo 2018, è diventata ancor più nebulosa.

Una prima strada che Zingaretti ha di fronte è quella, più ovvia, di tenere unito ciò che rimane del Pd. Non sarà difficile perché è impensabile che qualche testa calda possa immaginare una seconda scissione di questi tempi.

Ma tenere unito il partito non basta. Zingaretti sarà sicuramente al lavoro per favorire il ritorno a casa di coloro che se ne erano andati proprio in polemica coi modi di fare e con la linea politica di Renzi.

Questa operazione è piuttosto naturale e conseguente dopo la scissione renziana e di fatto è facilitata dalla presenza al governo di esponenti ex PD. Per Zingaretti far rientrare i fuoriusciti sarà sicuramente un successo e gli consentirà di bilanciare, in parte, le perdite subite.

Il ricompattamento del Pd è operazione necessaria ma non sufficiente. Il Partito deve fare i conti con una realtà molto dura. Oggi, dopo il piccolo recupero dal tonfo del marzo 2018, il Pd naviga ancora su un livello di consenso che non raggiunge il 23%.

Non è un disastro ma è ancora poco per un partito che vuole giocare un ruolo di primo piano.

Il Pd deve non solo recuperare le frange che aveva perduto durante la segreteria Renzi ma deve ampliare la base del suo consenso andando a pescare in un’area che è stata in gran parte occupata dal M5s. Si tratta di fasce sociali che si sono sentite trascurate dalla sinistra e che hanno ceduto al richiamo del populismo grillino della prima ora. Una parte di questi cittadini non sono entusiasti della gestione delle città e delle periferie fatta dai 5s e aspettano dal Pd segnali convincenti per poter tornare nell’alveo della sinistra tradizionale.

Questa operazione di recupero è delicata, deve essere condotta dal Pd in modo da non sbilanciare troppo il partito ma è una strada che occorre percorrere.

Ovviamente il Pd non deve fare concorrenza ai 5s sulla sloganistica populista e antisistema.

Il Pd dovrà essere convincente proponendo, ora che è al governo, politiche sociali non assistenziali ma realmente capaci di ridurre il divario economico e sociale della parte più disagiata dell’Italia che non è un’esigua minoranza.

Inoltre, il Pd dovrebbe riprendere ad essere presente nelle aree urbane più complicate che per anni ha trascurato lasciandole alle intemperie della demagogia.

Una incisiva politica sociale collegata ad una maggiore presenza tra le fasce svantaggiate farà leva non solo tra i delusi dei 5s ma anche tra una piccola componente che ha seguito il leghismo di destra solo per reazione ad una sinistra ingessata e, come si dice a Roma, “pariolina”.

Insomma il Pd non dovrà fare nessuna corsa al centro, ma dovrà fare il suo mestiere di forza di sinistra moderna, riformatrice e non massimalista, che mette le mani nella carne viva della società italiana più penalizzata da un decennio di crisi e dalla mancata crescita.

Questo comporterà un modo diverso di porgersi del partito che dovrà essere meno abbottonato ma più coraggioso, meno negli uffici e più nelle strade. Per togliere terreno ai populisti e ai demagoghi non bisogna usare i loro metodi e linguaggi ma dimostrare che si affrontano i problemi di petto e che non ci si vergogna di stare vicino a chi soffre ed è più in difficoltà.

Ma c’è di più. Il Pd dovrebbe occupare lo spazio enorme della tematica ambientale che per anni è stato abbandonato e che i grillini hanno presidiato male con poche idee e spesso confuse.

Insomma Zingaretti, “liberato” dal mugugno renziano può giocare a tutto campo e, in controtendenza con quello che succede ai partiti di sinistra in Francia e Germania, dimostrare che un’altra sinistra riformatrice, non populista ma neanche salottiera è possibile. Ed è anche necessaria.

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