sabato, 16 Ottobre, 2021
I dialoghi de La Discussione

Decisione pubblica e lobbismo democratico

Partiamo da un’elementare riflessione: come funziona il “lobbying” in Inghilterra e negli Stati Uniti? Immaginiamo un triangolo: su un vertice rappresentiamo gli interessi delle grandi lobbies, queste propongono l’assunzione di provvedimenti al decisore pubblico; il secondo vertice ideale è rappresentato dall’opinione pubblica che partecipa attivamente al dibattito; il terzo è infine la sede della decisione pubblica che dialoga, valuta e decide.

 

L’ARRICCHIMENTO PER IL DECISORE PUBBLICO
Il triangolo si chiude, generando un dibattito virtuoso su più piani: media e comunicazione, cultura e scienza, corpi intermedi e società, mondo produttivo, politica. Il decisore pubblico viene così arricchito da questo processo triangolare e oltre a svolgere il suo lavoro in modo aperto, democratico e trasparente, implementa la sua cultura di governo con una serie di elementi fondamentali, provenienti dal mondo dell’esperienza reale.

Questo processo traccia un asse portante delle democrazie occidentali contemporanee, assestando un colpo mortale all’affarismo senza regole, al deviazionismo criminale, sempre nascosto nelle pieghe dell’ambiguità e della segretezza delle relazioni, sia in ambito pubblico che nelle relazioni pubblico-private.

 

UN REGISTRO PUBBLICO DEI LOBBISTI
In Italia il primo intervento dovrebbe riguardare la costituzione di un regime pubblicistico della materia e di un registro pubblico dei lobbisti, con regole severe di ammissione, che regolamentino in modo chiaro i conflitti d’interesse. Democrazia, trasparenza e profondità. Insisto sull’elemento della profondità di conoscenza delle materie in ordine alle quali il decisore pubblico interviene in ambito legislativo ed esecutivo, regolamentare e amministrativo, fiscale e contributivo.

In concreto, sulle leve di comando del potere, conferendo al “governo pubblico” capacità di anticipazione dei processi, di coesione con la comunità nazionale, così più ascoltata e rappresentata, di collaborazione fra politica e società nell’attuazione delle decisioni, disinnescando il conflitto antistatuale, gli inquinamenti spesso presenti nelle pieghe più profonde e nascoste della società.

 

PARTECIPAZIONE ALLE DECISIONI STRATEGICHE
In Italia troppo frequentemente l’organizzazione sociale nei suoi gangli specifici, a cominciare dalle cosiddette forze sociali, è stata rimossa dalla partecipazione alle decisioni strategiche. Un esempio non remoto, le note “lenzuolate”, liberalizzatrici e anti-monopolio nei singoli settori dell’economia, di bersaniana memoria, andate in scena alcuni anni fa.

In quella sede legislativa, insieme a poche disposizioni ragionevoli e innovative, vi fu assoluta assenza di profondità e utile comunicazione, in primis con le associazioni dei professionisti. Il risultato, per un concorso di cause che sarebbe ingiusto far gravare sulle spalle di quel Governo e di quel Ministro, fu la manifestazione conclamata della crisi di alcune professioni liberali, avvocati, commercialisti, architetti. Una crisi annunciata, in stato d’incubazione da decenni; in quel momento si intrecciava alla crisi economica e iniziava a impoverire irreversibilmente. Quei provvedimenti segnarono l’esplosione dell’ ostilità tra i ceti medi e la politica. Sensibile il tema delle tariffe minime. Poi le sentenze di incostituzionalità della Corte Costituzionale su singoli aspetti delle normative furono sale sulla carne viva del ceto medio professionale, ad esempio in materia assicurativa. Intanto le Università continuavano a sfornare laureati, potenziali disoccupati o sotto-salariati senza tutele. La materia della regolamentazione delle lobbies è delicata e merita una sede appropriata e pluralistica di discussione e approfondimento.

 

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