mercoledì, 20 Ottobre, 2021
Esteri

Afghanistan, l’onestà politica di Biden dopo anni di retoriche e proclami

L’epilogo della crisi  afgana era già stato scritto il 29 febbraio del 2020 e firmato da Donald Trump che ha lasciato sulle spalle di Biden pesanti eredità su molti scacchieri internazionali. Era tutto ampiamente prevedibile eccetto la rapidità della liquefazione dell’esercito e della polizia afgana.

 

Una deprecabile fuga dalle responsabilità che, per converso, ha evitato migliaia di morti in scontri che i Talebani avrebbero comunque vinto vista la fragilità delle forze di sicurezza afgane poco propense a combattere nonostante le ingenti risorse impiegate da Usa e Nato per il loro addestramento.

 

GLI ACCORDI DI DOHA, UN PASTICCIO POCO CHIARO
I famosi accordi di Doha  sono una delle tante mele avvelenate di Trump che Biden dovrà gestire con prudenza

Di queste intese ancora non si conosce la parte secretata.E ci si augura che le Nazioni Unite ne chiedano subito  la pubblicazione.

Si tratta di accordi bilaterali, Usa-Talebani, da cui era stato escluso il governo di Kabul. Un’umiliazione che ha pesato non poco sul rapido crollo del regime afgano.

Usata a fini elettoralistici da Trump, l’intesa, tre cartelle e mezzo ( https://www.state.gov/wp-content/uploads/2020/02/Agreement-For-Bringing-Peace-to-Afghanistan-02.29.20.pdf)  era stata firmata proprio dal leader talebano Baradar.

Il documento è ambiguo fin dal titolo: “Accordo per portare la pace in Afghanistan tra l’Emirato islamico afghano, che non è riconosciuto dagli Stati Uniti come stato ed è noto come i Talebani, e gli Stati Uniti d’America“. Cioè Trump sapeva benissimo che i Talebani avrebbero costituito un Emirato islamico, proprio mentre si combatteva a Raqqa per distruggere quello dell’Isis. Strana coerenza…

L’accordo prevedeva il ritiro Usa da Kabul entro 14 mesi (maggio 2021) Entro la fine del mandato di Trump le forze dovevano essere ridotte a 2500 unità. Venivano  liberati 5000 prigionieri Talebani e 1000  afghani. In cambio i Talebani si impegnavano a impedire ad Al Qaeda e agli estremisti di usare il Paese per progettare attacchi contro gli Stati Uniti o i loro alleati.

 

L’ENTUSIASMO DI TRUMP
Trump era così entusiasta dell’accordo che ne fece un cavallo di battaglia per la sua rielezione e arrivò perfino a dire che sarebbe stato lieto di incontrare i leader Talebani.  Il suo segretario di Stato Mike Pompeo, presente alla firma degli accordi, si fece garante del rispetto dell’intesa. Il governo di Kabul umiliato dagli accordi fu costretto ad  una trattativa con i Talebani. Iniziata il 12 settembre 2020 si reggeva sull’inaffidabilità dei Talebani che si consideravano ormai  vincitori. della partita : i Talebani a Doha negoziavano,  in Afghanistan facevano attentati.

La ciliegina sulla torta la mise Trump quando rinunciò al principio del “pacchetto inclusivo”, cioè l’idea che i 4 punti dell’accordo (ritiro delle truppe, no al terrorismo, negoziato di pace e tregua ) fossero tutt’uno per la validità dell’intesa. Trump aveva fretta di intestarsi il rientro dei soldati americani e quel principio fu abbandonato per strada.

 

PER BIDEN UNA SCELTA OBBLIGATA
Che margini aveva Biden dopo questa disastrosa ed elettoralistica gestione della exit strategy dall’Afghanistan? Poco o nulla.

Dopo il 21 gennaio la sua Amministrazione ha studiato e ristudiato il dossier. E’ stato rallentato di qualche mese un ritiro che ormai era inevitabile a meno che gli Usa non avessero platealmente sconfessato l’intesa sottoscritta .Questo avrebbe sicuramente dato un argomento ai Talebani per gridare al tradimento e inscenare reazioni tipiche di un’organizzazione terroristica. Un rischio che sarebbe stato inutile correre a meno di non prevedere un nuovo massiccio  invio di truppe Usa a Kabul, una decisione che ormai l’opinione pubblica americana, dopo 4 anni di propaganda trumpiana sul ritiro, non avrebbe compreso e contro la quale si sarebbe mobilitata.

Quelli che oggi, anche in Italia, si stracciano le vesti sull’epilogo infausto dei 20 anni di guerra al terrorismo in Afghanistan poco o nulla ebbero da obiettare  quando gli accordi di Doha furono firmati. Forse perchè distratti dai primi ruggiti della pandemia? O forse perchè troppo tifosi dell’allora inquilino della Casa Bianca?

 

CHE FARE? LA CONCRETEZZA DOPO LA RETORICA E I PROCLAMI ALTISONANTI
Il discorso breve con cui Biden ha spiegato la chiusura della vicenda afgana  è stato da molti superficialmente criticato. E invece si è trattato di un atto di onestà politica e morale sui cui contenuti bisognerà riflettere.

Biden non ha usato retorica stantìa. A differenza della teoria della esportazione -forzata  e non- della democrazia di stampo neo-con, Biden ha rimesso i piedi per terra e detto chiaramente che gli Usa non si danno compiti di nation-building più di tanto.

In Afghanistan sono stati commessi sicuramente molti errori in 20  anni sotto tre presidenti: George Walker Bush, Barack Obama e Donald Trump. Ora tocca a Biden aprire una fase nuova della politica internazionale americana.

Una fase fatta di concretezza, non di proclami o di mirabolanti teorie che si dimostrano fallimentari. E il primo passo non potrà che consistere in una diversa impostazione dei rapporti con la Russia di Putin. Nel dopo Afghanistan , Washington e Mosca possono e devono trovare un modo per gestire con abilità i rapporti con i nuovi capi di Kabul.

Sulla lotta al terrorismo Usa e Urss si sono sempre ritrovate dalla stessa parte. E anche questa volta forse sarà necessario trovare intese per tempo. Perchè  è inutile illudersi che esistano Talebani dal volto umano.  Prima o poi il loro stato – che formalmente gli Usa non dovrebbero riconoscere- diventerà una centrale  della diffusione nel mondo dell’islamismo più tetro e violento che certo non si farà scrupolo di ricorrere al terrore.

 

 

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