martedì, 12 Novembre 2019
Europa

Draghi il vampiro

Il 12 settembre 2019, in quella che è presumibilmente la sua ultima uscita alla Bce, Mario Draghi ha annunciato un proseguimento della politica di espansione monetaria, ma soprattutto ha annunciato che questa da sola non basta e che per sostenere la ripresa europea è necessaria una politica di espansione fiscale da parte soprattutto dei paesi europei che se lo possono permettere (Germania in primis).

La risposta della Bundesbank e dei media tedeschi (Bild soprattutto) è stata rabbiosa. Hanno accusato Draghi di essere un nuovo conte Dracula (in chiave economicistica) poiché con i tassi negativi drenerebbe i risparmi tedeschi a favore degli spendaccioni del Sud Europa. L’accusa dei tedeschi è semplicemente risibile. I tassi negativi non sono un portato della politica monetaria (perlomeno non solo), ma soprattutto della caduta degli investimenti e dell’eccesso di risparmio che pervade l’Europa (e il mondo intero).

Ora, sul piano teorico la posizione di Draghi e della Bce non fa una piega. Draghi ha messo in luce un fenomeno che Keynes aveva perfettamente individuato nella Great Depression degli anni ’30: la “trappola della liquidità”. In tale condizione le aspettative sugli investimenti decadono talmente che, nonostante politiche monetarie espansive, si arriva ad un equilibrio in cui la gente preferisce detenere denaro a tassi di interesse bassissimi piuttosto che investirlo. In tale squilibrio monetario (a cui corrisponde generalmente un equilibrio di sottoccupazione) la politica monetaria perde di efficacia e bisogna ricorrere a politiche fiscali espansive. Ma i tedeschi accecati nella loro ortodossia finanziaria non possono o non vogliono capirlo.

Questo purtroppo, tradotto sul piano della politica economica europea, sostanzialmente significa che i tedeschi vogliono andare avanti con la loro rigida politica mercantilista, politica che hanno imposto al resto d’Europa sin dal trattato di Maastricht (col famoso criticato tetto del 3%).

Vale qui la pena di ricordare cosa significa adottare una politica mercantilistica. Il mercantilismo nacque nel XVII secolo quale politica economica dei nuovi imperi europei nascenti (Francia e Spagna in primis). Cosa significa mercantilismo? Significa impostare un sistema economico che dà la precedenza alle esportazioni, scoraggia le importazioni, con un contenimento del mercato interno.

Ciò presuppone anche un controllo del bilancio (che deve essere in pareggio) e della variabile monetaria che determina solo il livello di inflazione interna (teoria quantitativa della moneta) e quindi delle ragioni di scambio esterne. Il problema è che i tedeschi non solo hanno applicato negli ultimi 25 anni l’ortodossia monetaria al livello domestico, ma hanno preteso di esportarla al livello europeo. Ciò si è tradotto in una politica restrittiva e una tendenza verso l’Euro forte soprattutto dal 2001 in poi (data dell’introduzione dell’euro).

Questo ha più o meno funzionato anche per l’Europa fino al 2007. Con la grande crisi finanziaria mondiale del 2007 il sistema è saltato e Draghi (dopo le incertezze di Trichet) è stato costretto ad adottare una politica monetaria espansiva simile a quella americana per evitare il collasso dell’Euro dopo la crisi greca, politica sintetizzata con il famoso proclama del “whatever it takes” (per sorreggere l’Euro) del 26 Luglio del 2012 , seguito dal cosiddetto Quantitative Easing nel 2015.

Solo la Germania fra i paesi europei ha continuato con la politica interna restrittiva perché sostenuta dallo sviluppo cinese. Al livello europeo si sono adottate politiche di flessibilità, cioè di deroga più o meno velata al Fiscal Compact che anche Monti era stato costretto a firmare.

L’errore tedesco è quello di credere che oggi ci siano le condizioni per uscire dalla politica espansiva della Bce e che la politica restrittiva europea debba essere non solo confermata ma anzi rafforzata… Draghi viceversa ha oggi messo in evidenza che a differenza degli Usa, l’Europa non solo non è completamente uscita dalla crisi, ma anzi che corre forti rischi sia oggi che nel prossimo futuro quando il ciclo economico mondiale inevitabilmente rallenterà.

Non ci sono infatti dubbi che le condizioni che hanno permesso la lunga ripresa americana ed un lungo ciclo economico positivo mondiale (7 anni di crescita!) siano avviate al declino. La politica avversa alla globalizzazione di Trump (con l’imposizione di restrizioni al commercio mondiale) causerà nei prossimi anni un calo della crescita mondiale e sopratutto un calo della crescita cinese (già in atto), quella crescita che ha in parte compensato i crolli del mercato interno occidentale e trascinato la ripresa americana. La deglobalizzazione in atto colpirà l’Europa e soprattutto le esportazioni tedesche fortemente basate su un comparto automobilistico che ha recepito male ed in ritardo il passaggio dall’auto con  motore a combustione a quella con motore  elettrico (con forti riflessi per l’Italia, data la forte integrazione produttiva soprattutto a livello di componentistica automotive).

In queste condizioni la invocazione di Draghi (fate una politica fiscale espansiva!) avrebbe dovuto essere accolta positivamente anche dai tedeschi, che invece cocciutamente vogliono continuare sulla strada delle politiche restrittive, quando anche a loro converrebbe avviare politiche espansive
interne (tanto più perché, dato il livello del loro debito pubblico ,potrebbero permetterselo) per compensare il calo delle esportazioni.

Tale misunderstanding creerà grandi problemi economici nel prossimo futuro all’Europa, con pesanti riflessi economici e politici in un momento molto delicato della integrazione politica, dove sembrano anzi prevalere i movimenti centrifughi.

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