mercoledì, 5 Maggio, 2021
Esteri

Diplomazia dei vaccini: Mosca, Sputnik in 60 Paesi. Ma solo il 6% dei russi è vaccinato

La Russia è tra i Paesi, insieme alla Cina, che per primi hanno colto al balzo l’opportunità che la pandemia offriva in termini commerciali e di gestione del consenso internazionale per espandere la propria sfera di influenza. Lo Sputnik V è presente in almeno 60 Paesi nel mondo (tra cui praticamente tutta l’Asia, tutto il Sud America e una decina di Paesi africani), anche se la distribuzione è apparsa da subito lenta e non all’altezza degli impegni presi. A marzo, infatti, sono state esportate poco più di quattro milioni di dosi e paesi come il Pakistan, che ne ha prenotate milioni di dosi, ne ha ricevute circa 150mila in totale. E’ evidente che i russi non abbiano le capacità produttive necessarie, il che spiegherebbe l’impegno della diplomazia sovietica a esportare la tecnologia più che il vaccino già confezionato, senza per questo dover rinunciare allo strapotere che deriva dal know how scientifico.

 

SOLO IL 6% DEI RUSSI È VACCINATO

La Russia è forse il Paese che più di tutti cerca di massimizzare il tornaconto politico delle cessioni di vaccini, al punto di esportare quasi l’intera dotazione e vaccinare pochissimo i suoi stessi cittadini. Secondo una rilevazione di MediaProekt, 14 milioni di persone hanno ricevuto una dose, ovvero il 6% della popolazione. Al ritmo di 110-120mila vaccinazioni al giorno, serviranno oltre 8 mesi per immunizzare almeno un terzo della popolazione adulta.

 

LE DIFFERENZE TRA RUSSIA E CINA

La stessa politica, tutta sbilanciata verso l’export, accumuna la Russia alla Cina, con la differenza che la Cina ha imposto severissimi lockdown per contenere i contagi. Putin, invece, prossimo a nuove elezioni, sembrerebbe avere privilegiato la via della  segretezza e opacità. Solo il 23 marzo ha ricevuto la prima dose del vaccino e lo ha fatto nel più totale riserbo. Non solo non si è fatto riprendere durante l’inoculazione, ma non ha neppure svelato quale dei tre vaccini russi abbia ricevuto.

 

LE RAGIONI DELLA SFIDUCIA VERSO IL VACCINO

In Russia la vita sembra scorrere come se nulla fosse: tutto aperto e niente  obbligo di mascherina nonostante l’elevato numero di morti come nel resto del mondo. Secondo il Centro Levada, istituto demoscopico indipendente, la percentuale di russi che vuole farsi vaccinare è bassasolo il 30%. I meno intenzionati sono i giovani, mentre si sale un po’ di più tra gli over 55 (40% di favorevoli e 49% contrari). La prima ragione è il timore di effetti collaterali (37%), segue l’insofferenza per i tempi lunghi del processo di immunizzazione (23%) e per il 16% non c’è proprio ragione di vaccinarsi. Sempre secondo i sondaggi, il 56% dei russi non teme di contrarre il Covid e quasi due russi su 10 pensano che la pandemia sia solo una invenzione.

 

GLI HUN VACCINALI VUOTI

La mancanza di restrizione ha sicuramente avallato questo sentire comune. Le riprese degli inviati di Report degli hub vaccinali, in cui l’accesso è libero da prenotazioni, completamente deserti hanno sicuramente creato sgomento negli spettatori italiani. Ma il disegno di Putin, che non può contare su una produzione interna molto feconda, è chiaro:  spingere il più possibile  i suoi vaccini sui tavoli internazionali per migliorare, attraverso l’export, le proprie relazioni diplomatiche. Costi quel che costi.  La diplomazia sanitaria non nasce, però, con il Covid  ma mai come nel caso dell’attuale diplomazia dei vaccini è stato così palese il gioco globale di influenza in corso tra le potenze mondiali.

 

LE AMBIZIONI RUSSE

Se molti elementi della strategia russa coincidono con quanto visto nel caso cinese o in quello indiano, soprattutto per quanto riguarda gli aiuti agli Stati confinanti e nei Paesi più poveri, il piano di Putin si distingue per essere l’unico ad avere cercato di portare la partita direttamente nel campo di Unione Europea e Stati Uniti. La diplomazia dei vaccini di Mosca appare in linea con le due tradizionali ambizioni dell’attuale leadership: riconquistare l’influenza perduta nell’ex sfera sovietica e nei Paesi a essa legati, ma al tempo stesso farsi riconoscere al tavolo dei “grandi” e riconquistarvi la poltrona che ritiene di meritare di diritto. Ossia negli ambienti sovranisti europei e americani, ma i risultati sono tutti ancora da valutare. In Europa, solo Ungheria, Serbia, Slovacchia e San Marino hanno fatto ricorso allo Sputnik, mentre negli Usa solo pochi giorni fa Anthony Fauci, dopo una iniziale sfiducia, ha riconosciuto che i dati sull’efficacia del vaccino sovietico sono «piuttosto buoni».

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