domenica, 9 Maggio, 2021
Società

95.329 case vendute all’asta. Famiglie in debito frenate dal “Cura Italia”

Un numero mai registrato prima. Una cifra che rivela il vero disastro dell’economia che ha travolto migliaia di famiglie. Per il patrimonio immobiliare il 2020 è stato un anno durissimo, all’asta sono finiti 95.329 immobili per un numero totale di 117.376 aste. È la situazione presentata da Scenario aste 2020, l’analisi realizzata da Reviva.
Lo scorso anno era già iniziato con una impennata di vendite, da gennaio a febbraio ci sono state infatti il 15% di aste pubblicate in più rispetto al 2019. Una crescita che si è  arrestata da marzo a settembre, per il crollo di aste in presenza, una caduta è stata dell’86% a causa del lockdown, che ha obbligato i tribunali a sospendere le attività per periodi variabili in base alle singole province. Il terzo e ultimo tempo è stato invece da ottobre a dicembre, dove le aste sono state il 24% in meno rispetto allo stesso periodo del 2019. C’è da ricordare che la situazione sarebbe stata ben più difficile per molte famiglie, che sono rimaste finora nella propria abitazione sia per la chiusura dei tribunali sia per lo stop introdotto con il decreto “Cura Italia” e poi prorogato fino a fine anno. Ora in attesa di nuova proroga. In questo caso s’intendono quegli immobili che sono ancora l’abitazione dove il debitore e la sua famiglia attualmente risiedono. Attraverso l’analisi dei dati è stato stimato che questi casi – in cui le famiglie sono già teoricamente fuori -, corrispondono a circa il 36% totale degli immobili, al monte delle abitazioni già finite all’asta.

I lotti messi all’asta nel 2020 sono stati quindi 95.329. Un dato che va distinto, secondo il conteggio di Reviva, da quello relativo al numero complessivo di aste avvenute in Italia, intese come esperimenti di vendita di lotti, che ammonta a 117.376. In particolare sono state 44.191 le aste sospese durante il primo lockdown, da marzo a maggio, mentre durante la seconda ondata sono state 523. Il valore complessivo perso durante la sospensione delle aste è stato di 6.592.317.051 miliardi di euro.
È importante specificare che la riduzione del numero delle aste è stata superiore rispetto a quella dei lotti in quanto ci sono stati meno lotti che sono riusciti ad andare all’asta. In caso di mancata vendita del lotto infatti, quest’ultimo può essere rimesso all’asta mediamente dopo cinque mesi e a un prezzo svalutato ulteriormente rispetto al suo valore effettivo. La chiusura dei tribunali non ha quindi agevolato una procedura già particolarmente lenta e complessa.
Per quel che riguarda i 95.329 lotti all’asta il 50,7% sono residenziali, il 37.8% non residenziali e infine il 11,5% sono terreni. Nello specifico, con riferimento alle motivazioni della messa in vendita all’asta, il 72% dei lotti è coinvolto in esecuzioni immobiliari, il 26% a procedure concorsuali (fallimenti e concordati preventivi) e il 2% da altre procedure di liquidazione. Infine nel corso del 2020 il 78,9% dei lotti è andato in asta una singola volta, dato che conferma le difficoltà incontrate a causa dell’emergenza Coronavirus.

“È stato un anno difficile sotto tanti aspetti e l’attuale emergenza sanitaria ha inciso fortemente anche sul mercato real estate delle aste immobiliari che si è trovato per diversi mesi fermo in attesa che riprendesse la macchina giudiziaria”, spiega Giulio Licenza, CBDO e co-founder di Reviva.

Relativamente alla geografia delle aste, è ancora Roma la provincia con il maggior numero di immobili all’asta con 4.472 lotti seguita quest’anno da Perugia con 3.032 lotti e Ancona con 2.993 lotti. Quarto e quinto posto per Milano con 2.859 e Bergamo con 2.737 lotti, che perdono rispettivamente il secondo e il terzo posto che occupavano nel 2019. Risulta invece essere Trieste la provincia con il minor numero di immobili all’asta con solo 68 lotti. A livello regionale invece è la Lombardia ad aver avuto il maggior numero di lotti all’asta con 15.754 lotti, complessivamente il 16,5%, seguono la Sicilia con 9.257 lotti ovvero il 9,7% e infine il Lazio con 7.349 lotti che equivalgono al 7,7%. Dall’analisi inoltre emergono profonde differenze di prezzo tra i lotti del Nord Italia rispetto a quelli del Sud. Ad esempio mediamente i lotti in vendita ad un prezzo più alto sono gli immobili non residenziali in Trentino Alto Adige, la cui offerta minima media è di 293.270 euro mentre quelli ad un prezzo più basso sono i terreni in Basilicata, per i quali l’offerta minima media è di 30.096 euro
Sempre nel 2020 è stata di 75,15 euro l’asta con il prezzo più basso e che ha avuto come oggetto di vendita un immobile seminterrato di 25 mq a Paola in provincia di Cosenza, mentre al contrario l’asta con il prezzo più alto, che ammontava a 33.492.800 euro ha riguardato un complesso immobiliare a destinazione d’uso ospedaliera a Roma.
Infine i lotti residenziali, quelli che in Italia tendenzialmente vanno per la maggiore, sono stati posti in vendita mediamente a 84.704 euro. Nello specifico quelli mediamente più costosi in Trentino a 122.802 euro e quelli più economici in Calabria a 47.519 euro.
Nel 2020 sono infatti diminuite del -22% le modalità di vendita fisica presso il venditore in favore di un aumento medio dell’85% delle vendite in via telematica. “La vendita telematica allo stato attuale costituisce una barriera d’ingresso al privato che è costretto ad avere pec, firma digitale e passare attraverso un iter burocratico molto complesso”, spiega Licenza, “possiamo considerare l’adozione delle vendite telematiche un segnale positivo in un periodo difficile che testimonia come sia in atto, seppur ancora timidamente, un processo di digitalizzazione del processo di acquisto anche del settore immobiliare di cui si avvisava ormai da tempo l’esigenza. Segno di come a volte periodi complessi ci portano ad accelerare i cambiamenti in atto nel mercato”.

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