mercoledì, 21 Aprile, 2021
Ambiente

Dal tessile un vestito per l’ambiente

La fast fashion impone una predisposizione al cambiamento. Approccio che impatta fortemente sulla produzione e sullo smaltimento dei rifiuti tessili che, come altri prodotti, sono causa di inquinamento.

L’impatto ambientale dell’industria tessile

Nel 2015 l’industria tessile ha utilizzato 79 miliardi di metri cubi d’acqua. (Fonte EPRS 2019/20).

Circa il 20% dell’inquinamento globale dell’acqua potabile è ascrivibile ad alcuni processi della produzione tessile. Il rilascio di microplastiche primarie nell’ambiente è causato per il 35% dal lavaggio di indumenti sintetici (Fonte AEA 2019, EPRS 2017).

Gli acquisti di prodotti tessili nell’UE nel 2017 hanno causato circa 654 kg di emissioni di CO2 per persona. Il settore dell’abbigliamento e delle calzature è responsabile del 10% delle emissioni mondiali di gas a effetto serra (EPRS 2017; ONU 2018).

Rispetto al 1996 la quantità di indumenti acquistati nell’UE per persona è aumentata del 40%, complice il calo dei prezzi. I cittadini europei consumano ogni anno quasi 26 kg di prodotti tessili e ne smaltiscono circa 11 kg.

Nel mondo, meno dell’1% degli indumenti viene riciclato come vestiario.

Le proposte dell’Ue

Al fine di arginare questo fenomeno, l’Ue intende attuare misure che muovano verso un’economia circolare.

A marzo 2020 la Commissione ha adottato un nuovo piano d’azione, che include una strategia per innovare il settore tessile e promuovere la pratica del riutilizzo.

Piano che il Parlamento europeo ha votato a febbraio 2021, presentando ulteriori richieste: misure aggiuntive per raggiungere un’economia a zero emissioni di carbonio, priva di sostanze tossiche e completamente circolare entro il 2050.

Gli europarlamentari hanno chiesto norme più severe sul riciclo, obiettivi vincolanti per il 2030 sull’uso di materiali ecosostenibili, nuove misure contro la dispersione delle microfibre nell’ambiente e standard più severi per il consumo di acqua.

L’iniziativa del Bangladesh

Tra i principali paesi produttivi nel settore dell’abbigliamento, ogni anno in Bangladesh sono più di 400.000 le tonnellate di rifiuti tessili che si accumulano.

E è qui che è nato Circular Fashion Partnership, progetto promosso da Global Fashion Agenda, P4G e The Bangladesh Garment Manufacturers and Exporters Association (Bgmea), e oltre 30 player internazionali dell’industria della moda.

La spinta è stata fornita dall’esigenza di ridurre l’accumulo di stock nei paesi esportatori, diventato insostenibile a causa della pandemia.

A poche settimane dallo start, l’Ovs è l’unica azienda italiana aderente: coinvolti già fornitori chiave per la raccolta degli scarti tessili, da trasformare in filati e tessuti per future collezioni. “L’obiettivo – si legge in una nota dell’azienda di Mestre – è ridurre la produzione di rifiuti, recuperare gli scarti della produzione tessile e dare loro una nuova vita creando così benefici ambientali ed economici per l’intera filiera”.

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