giovedì, 23 Settembre, 2021
Politica

Il Governo Draghi alla prova delle scelte

Blocco o rinvio dei licenziamenti, cambio di Quota 100 e riforma del sistema pensionistico. Su opposti fronti partiti, sindacati e associazioni di categoria. Il nodo delle richieste di Bruxelles che punta su Recovery e riforme da attuare senza più rinvii. Alla fine come da copione prevarrà il compromesso tra tecnici e politici.

Ora che inizia la partita del primo governo di Mario Draghi si potranno conoscere le vere mosse sulla scacchiera. Sappiamo che tra i ministri almeno per curriculum e storie personali ci sono diversità sostanziali che non possono essere superate se non a parole. Nei fatti, invece, rimarranno gli inevitabili distinguo e vedute diverse. Nel merito dei problemi le divergenze saranno ancora più marcate. Prendiamo una delle questioni che il premier dovrà affrontare tra poche settimane. Se il blocco dei licenziamenti rimarrà se ne riparlerà questa estate, oppure il 31 marzo le imprese saranno libere di licenziare, come chiede Confindustria. Un passo che stando alle stime significa circa due milioni di persone che si ritroveranno disoccupate, persone che, tuttavia, sono dal 17 marzo dello scorso anno in bilico.

Magari slitterà il tutto ma il problema rimarrà perché il blocco ha economicamente un peso rilevante per lo Stato e le imprese. Altro tema che si staglia già minaccioso sul cammino del Governo tecnico/politico è Quota 100, la misura che permette di andare in pensione in anticipo, possibilità decisa dal primo governo Conte, ossia quando Lega e 5S andavano d’accordo. Il provvedimento è stato poi rinnovato con il secondo governo Conte, con l’alleanza politica Pd-5S, ma il 31 dicembre scadrà.

Nel frattempo, cioè fin da ora bisognerà decidere cosa fare.

Le soluzioni sul tappeto sono diverse, – e già prese in considerazione dal Conte 2 – ossia soluzioni di uscita graduale a partire dal 1° gennaio 2022 per dare continuità alla riforma delle pensioni. Ora che dirà la Lega già contraria a ogni ipotesi di rivisitazione? Quota 100 è stato uno dei cavalli di battaglia di Salvini, che consente ai lavoratori che raggiungono almeno 62 anni di età e 38 anni di contributi di accedere alla pensione anticipata ben 5 anni prima dei 67 richiesti per la pensione di vecchiaia. Poteva – e può essere un buon argomento per quanti decidono di lasciare il lavoro – ma nel triennio 2019-2021 – era previsto che ne usufruissero 973 mila lavoratori, nella realtà solo in 268 mila hanno deciso di utilizzare una opportunità che alla luce dei conteggi rimane una mezza opportunità.

Per molti infatti non è stato conveniente andare in pensione in anticipo e perdere fino a 5 anni di contributi. Tocca ora al Governo Draghi decidere cosa fare, togliere di mezzo un totem politico magari sottolineando che la pensione anticipata di molti lavoratori non ha contribuito all’assunzione dei giovani? Oppure può essere un argomento, il fatto che per fronteggiare la pandemia sono stati richiamati al lavoro persone che erano andate in pensione, come i medici?

Togliere un pezzo di riforma delle pensioni significa comunque già ragionare sul futuro, e il futuro come detto è già dietro l’angolo. Quota 100 infatti potrebbe essere usato nelle prossime settimane dai lavoratori che saranno licenziati e che avranno maturato nel 2021 le condizioni previste – almeno 62 anni di età e 38 anni di contributi – quindi usato come un’agevolazione sociale. Quota 100 come potrebbe essere un salvagente a cui aggrapparsi e avere più una funzione sociale che pensionistica. Lo scivolo, infatti, garantisce il pensionamento a quanti si troverebbero senza più lavoro e sostegni economici, ed essere utile in particolare nel settore privato. Per questo la riforma potrebbe essere rinviata ad altri tempi in modo da non aggravare la situazione di lavoratori over 60.

In ogni caso Draghi dovrà tenere presente il parere di Bruxelles che più volte ha fatto sentire la propria voce sollecitando l’Italia a mettere mano ad una vera e decisiva riforma del sistema pensionistico. Ossia avventurarsi in un campo minato, le parti sociali già sono in allerta, i sindacati sono già contrari ad una ipotesi che si era caldeggiata nei mesi scorsi, cioè a partire dal 1° gennaio 2022, l’innalzamento dell’età minima per il prepensionamento a 64 anni e penalità per ogni anno di anticipo rispetto al pensionamento di vecchiaia. Una proposta che è stata rimessa nel cassetto dopo le prime critiche. Quindi da un lato l’Europa preme per evitare altri accorgimenti che appaiono misure provvisorie, una posizione che farà leva anche sui fondi del Recovery fund, quindi da tenere nella massima considerazione. Dall’altra parte forze sociali e sindacali che premono in senso opposto, ossia lasciare le cose come stanno. In mezzo i lavoratori in attesa di licenziamento o, comunque, a fine carriera che attendono di conoscere di cosa potranno beneficiare. Forse, secondo alcuni analisti finanziari, potrebbe essere messa in campo una riforma che segna una via di mezzo tra il prepensionamento a 62 anni o la pensione di vecchiaia a 67, ossia puntare sui 64 anni, in modo da accontentare un po’ tutti. Un compromesso? Forse si, anche per un governo che in fondo ha scelto questa via, puntando nel compromesso tra tecnici e politici.

La Commissione europea ha più volte espresso preoccupazione riguardo questa misura, invitando l’Italia contenere la spesa previdenziale, particolarmente alta nel nostro Paese, visto anche lo strutturale invecchiamento della popolazione.

Proprio la Commissione europea è decisiva per ottenere i 209 miliardi di euro del Next Generation Eu, e presentare il Recovery Plan senza un sostanziale cambiamento di rotta nella gestione delle pensioni potrebbe azzoppare l’arrivo dei fondi a Roma.

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