venerdì, 30 Luglio, 2021
Politica

Due anni di esercizi spirituali per i partiti

Draghi e la sua squadra lavoreranno per mettere in sicurezza l’Italia. E i partiti? Per due anni dovrebbero dedicarsi agli esercizi spirituali: guardarsi dentro, riflettere sui propri errori, ridisegnare le strategie, rivedere i meccanismi di selezione della classe dirigente, trovare metodi migliori per dialogare con i cittadini capire il Paese in cui viviamo e i suoi problemi. Non è roba da poco. Ma è indispensabile per ridare alla politica la centralità che le spetta in una democrazia pluralistica e moderna che non vuole respirare più l’aria intossicata dal populismo e dalla demagogia.

Nessun partito potrà essere uguale a prima, con questa esperienza di governo che toglie alla politica lo scettro di comando sulle decisioni chiave e costringe avversari a lavorare insieme sotto la guida di un leader e statista prestigioso come Mario Draghi.

Chi soffre di più oggi è il Movimento 5 stelle. Difficile che riesca a restare unito. I suoi dirigenti devono capire di aver conquistato, 3 anni fa, un enorme consenso scegliendo la via facile della denuncia sommaria e di aver deluso i tanti che si aspettavano proposte concrete, praticabili e una gestione del potere in grado di risolvere i problemi e non di ossequiare gli slogan. I 5 stelle devono abbandonare il loro populismo declamatorio e darsi una nuova identità. Non possono convivere le due anime, quella di destra anti europea , in gran parte finita già nella Lega, e quella sensibile a temi sociali che il Pd cerca di attrarre a sé. Facciano una scelta e soprattutto selezionino la loro classe dirigente sulla base di criteri di competenza e non solo di abilità oratoria.

La Lega, dopo la correzione di rotta di 180° fatta in 24 ore, deve decidere se dare voce a ceti produttivi non solo del nord, preoccupati per la crisi, o se continuare ad eccitare gli istinti meno razionali su temi delicati con quello dell’immigrazione, dei diritti civili e dell’ostilità all’Europa. Salvini scelga se continuare a strizzare l’occhio a despoti come Orban e Putin o tornare ad essere una forza democratica saldamente europea ed occidentale. 

Fratelli d’Italia non avrà tempo per gli esercizi spirituali, impegnata come sarà a fare opposizione e a massimizzarne i frutti. Ma anche Giorgia Meloni che, con abilità in Europa si è collocata al vertice dei conservatori e non con i sovranisti deve fare i conti con le frange estremiste che si nascondono all’ombra della sua persona perbene e continuano a seminare antichi odi.

Il Pd è forse giunto ad un punto di svolta. Vuole restare prigioniero della logica di un partito tenuto a stento unito da Zingaretti o diventare un “rassemblement” un’aggregazione ampia e fluida di forze riformiste di diversa provenienza che insieme elaborino un modo nuovo di essere progressiste, senza ossequi al “politicamente corretto” o a vecchi rituali di una sinistra ormai stantia? Il Pd deve ritrovare un modo di essere presente nelle ampie fasce sociali svantaggiate che sono senza riferimenti e facili prede di populisti e di demagoghi di destra.

Italia Viva, che canta vittoria per aver consentito l’avvento di Draghi, deve decidere se restare in un vago limbo in attesa del prossimo guizzo di fantasia di Renzi o darsi una vera strategia e posizionarsi in un’area che con la sinistra tradizionale ha poco a che vedere. Renzi potrebbe tentare di giocare il ruolo che Berlusconi aveva sognato: aggregare un’area moderata, liberale e non conservatrice. Operazione complessa che passa innanzitutto per un radicale cambiamento del modo di porgersi del senatore di Rignano: meno alterigia e più garbo e moderazione. 

Forza Italia vive la sua crisi più difficile. Berlusconi fiaccato, fiaccato da una vita spesa senza risparmio di energie, assiste con tristezza alla frantumazione della sua creatura di cui oggi non ha più il controllo. Cosa resterà di Forza Italia ? Tra chi segue le sirene leghiste, chi cerca altre improbabili collocazioni, il partito del Cavaliere ha perso il ruolo di forza moderata è quello che più bisogno di una complicata messa a punto.

Due anni di tempo per tutti. Poi la politica torni a giocare rinnovata, rinfrescata con energie giovani, con più di ideali e meno spregiudicatezza.

Ne abbiamo tutti bisogno.

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