sabato, 24 Luglio, 2021
Società

I pescatori tornano a casa e Haftar canta vittoria. E l’Italia?

I pescatori di Mazara del Vallo sono finalmente liberi dopo tre mesi e mezzo di prigionia in Libia nelle carceri del Generale Haftar, l’uomo forte della Cirenaica, che si oppone al governo di Tripoli riconosciuto dalla Comunità internazionale e guidato dal premier Al Serraj.

In cambio della loro liberazione il generale Haftar aveva chiesto come contropartita la scarcerazione di quattro scafisti libici, condannati e detenuti in Italia quali responsabili del naufragio e della morte di 49 persone. Alla fine la liberazione è avvenuta comunque, anche senza sottostare al “ricatto” di Haftar, che comunque la sua vittoria l’ha avuta comunque vedendo il premier Conte e il Ministro degli Esteri Di Maio andare con il cappello in mano da lui e in qualche modo riconoscendo la sua autorità messa in discussione in ambito internazionale.

Gli analisti di politica estera ritengono che in realtà, la richiesta di liberare i quattro scafisti in cambio dei pescatori, era esclusivamente una mossa tattica che mirava appunto ad obbligare le autorità italiane a riconoscergli un ruolo internazionale nel momento in cui si troverebbe in grande difficoltà, dopo che anche l’alleato più forte, ovvero la Russia di Putin, sembrerebbe averlo abbandonato in favore di un accordo di spartizione della Libia con il presidente turco Erdogan, sostenitore di Al Serraj. 

Ormai da mesi l’uomo forte della Cirenaica non è più tale, proprio perché abbandonato un po’ da tutti e sotto attacco turco. Anche nel suo stesso governo la sua leadership sarebbe in forte crisi da parte di chi vorrebbe chiudere la guerra civile libica avviando il negoziato con il governo di Tripoli sotto l’egida dell’Onu e riunendo definitivamente il Paese.

Il fatto che Conte e Di Maio siano andati in missione da Haftar è stato sicuramente un gesto doveroso per poter ottenere la liberazione dei nostri pescatori, ma certo è che a livello di strategie internazionali rischiamo ancora una volta di passare per quelli che oscillano da una parte all’altra. Riconoscendo come legittimo il premier Al Serraj ma nel contempo dando un prestigio internazionale anche al suo avversario che ieri è sembrato mostrare i muscoli a tutto il mondo, facendo chiaramente intendere che i conti si devono fare anche con lui. Obbligando l’Italia a scendere a patti e a confrontarsi con lui come con un vero capo di Stato. 

Certo, probabilmente non si poteva fare diversamente, la vita dei pescatori valeva molto di più di un omaggio al generale ribelle, ma adesso che la vicenda si è chiusa è forse il caso di definire una politica chiara sulla Libia, dove l’Italia ha troppi interessi da difendere. E allora è arrivato il momento di scegliere davvero da che parte stare, senza più sotterfugi e ambiguità e smettendo di dialogare oggi con l’uno, domani con l’altro, rischiando così di apparire inaffidabili agli occhi di entrambi.

Aver riportato a casa i pescatori è un grande risultato diplomatico, ma resta il problema di fondo. Sulla Libia l’Italia non ha una politica estera. 

(Lo_Speciale)

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