mercoledì, 20 Gennaio, 2021
Attualità

Un Commissario europeo per la rinascita del Mezzogiorno

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Questa pandemia, come tutte le grandi sciagure provocate o subite dall’uomo, si sta trasformando sempre più in un evento epocale. Asintomatico e imprevedibile, questo virus è comparso improvvisamente come un tornante pericoloso che sbuca, imprevisto, su una strada che ritenevamo affidabile e sicura. Molti anziani, medici e infermieri, non ce l’hanno fatta a proseguire il loro viaggio terreno. Noi, invece, più fortunati, siamo riusciti a frenare e a fermarci proprio sull’orlo del burrone.

Nonostante tutto, però, la vita continua e non sarà certo l’isolamento forzato o il distanziamento sociale a farci soccombere. Al contrario, con l’aiuto della scienza e il sostegno della fede, dobbiamo riprendere il cammino e guardare con animo più forte al nostro futuro. E, sempre a proposito di futuro, non possiamo sottovalutare l’importanza che avranno per l’Italia e per il Mezzogiorno i prossimi dieci anni di questo imprevedibile terzo millennio. Subito dopo lo scoppio della pandemia, con un Lockdown imposto quasi ovunque, il Consiglio Europeo ha approvato il Recovery Fund (Fondo per la ripresa) per sostenere i ventisette paesi membri colpiti da questa sciagura.  Il piano di rinascita – Next Generation Eu – è stato approvato dalla Commissione europea e avrà una dotazione di 750 miliardi di euro (di cui 390 contributi a fondo perduto e 360 di prestiti) finanziati da obbligazioni rimborsabili fino al 2058.

All’Italia sarà destinata una fetta considerevole del Fondo e precisamente 209 miliardi, di cui 81,4 in aiuti a fondo perduto e gli altri 127,4 in prestiti. Altre risorse arriveranno all’Italia da altri due Fondi: quello per lo sviluppo rurale e il Just Transition Fund, vale a dire il Fondo per aiutare i paesi più dipendenti dal carbone a realizzare la transizione verde. L’Europa, però, non si limiterà a fare il bancomat per gli Stati membri.

Al contrario, eserciterà un ruolo attivo nella gestione e nel monitoraggio delle risorse. E per questo ha istituito una Task Force “Recovery & Resilience”, presieduta dalla francese Celine Gauer e dal tedesco Joannes Luebking. Il Monitoraggio sull’Italia sarà, invece, affidato a Erik Von Breska, funzionario esperto nella gestione dei fondi strutturali. I progetti che gli Stati dovranno presentare riguardano sei ambiti d’intervento. E precisamente la digitalizzazione e l’innovazione, la transizione ecologica, la salute, le infrastrutture per la sostenibilità, l’istruzione e la ricerca, l’inclusione sociale e territoriale.  Si tratta, come ha precisato nei giorni scorsi il Presidente della Commissione Ursula Von der Leyen, di investimenti strategici che dovranno essere accompagnati da riforme strutturali nell’economia, nella pubblica amministrazione e nella giustizia.

“Ciascuno Stato membro sarà responsabile del proprio piano di ripresa nazionale – ha spiegato la Presidente – ma è l’Europa a stabilire le priorità”. Che poi sarebbero due: la transizione green, cui sarà destinato il 37% delle risorse e quella digitale (reti veloci, big data, intelligenza artificiale, industria 4.0) cui sarà assegnato un altro 20 %. E fin qui, nulla quaestio. Dov’è, allora, che incominciano a sorgere i problemi, le difficoltà e i timori per l’avvio di questo grande piano di rinascita europeo? Lo avrete senz’altro indovinato. L’anello debole della catena è qui da noi, a Palazzo Chigi. Il Presidente del Consiglio Conte, secondo indiscrezioni molto attendibili, vorrebbe istituire una task force italiana per gestire questa “manna” europea e affidarla a sei manager, ognuno dei quali dovrà essere assistito da cinquanta persone. Altre trecento bocche da sfamare.

E non è finita qui, perché la supervisione politica spetterà comunque al Premier Conte, affiancato dai Ministri Gualtieri (Economia), Patuanelli (Sviluppo Economico) e Amendola (Affari Europei), con il monitoraggio dell’Anac (l’Anticorruzione). In pratica, più che una struttura snella e piramidale, dovrebbe venir fuori una Torre di Babele, in cui tanti vorranno mettere bocca e nessuno sarà in grado di decidere. Com’era prevedibile, le opposizioni ma anche tanti autorevoli osservatori hanno subito aperto il fuoco di sbarramento. Una mega struttura composta da 300 persone, sottoposta prima al vaglio dei ministri competenti (e dei loro staff) e poi a quello dell’Anac, riuscirà a presentare tutti i progetti entro il 30 Aprile dell’anno prossimo? Nutriamo fortissimi dubbi.

E poi, diciamocelo con grande franchezza, al Sud, la pubblica amministrazione, gli Enti locali e soprattutto la macchina burocratica regionale, sono in grado di gestire, avviare e condurre a buon fine questi progetti? Ecco allora la pazza idea di istituire un Alto Commissariato europeo per avviare e monitorare un piano di rinascita per il Mezzogiorno. La gente del Sud, soprattutto in Calabria, Campania e Sicilia, non solo in questa emergenza sanitaria, ma anche in altri frangenti, ha assistito, prima incredula e poi arrabbiata, alla disfatta dell’amministrazione sanitaria. Un settore che, da solo, assorbe oltre l’80% del bilancio di queste Regioni. E allora mi chiedo: che progetti vogliamo realizzare con queste premesse? Dov’è, che fine ha fatto la classe dirigente che le Regioni del Sud avrebbero dovuto formare? La questione meridionale, ormai, non è più solo una questione economica. È divenuta una questione politica, culturale, sociale.

È il contesto che non va nel Mezzogiorno. Non si tratta più solo della mancanza dello Stato. In alcune zone, manca tutto: la legge, la presenza del potere locale, il sostegno della Regione, l’associazionismo, l’etica del servizio, il senso civico e tanto altro ancora. Non è una questione che riguarda solo i meridionali. Non è così. Altrimenti non si spiegherebbe perché mai tanti, troppi professionisti del Sud, medici, ricercatori, ingegneri, architetti, intellettuali, professori universitari e scienziati riescono a realizzare all’estero cose che mai avrebbero potuto realizzare nelle loro regioni di provenienza.

Quanti manager del Sud hanno portato al successo società, imprese e multinazionali in Europa, in America, in Asia e in Australia? Capitani d’industria, banchieri, architetti, armatori che hanno arricchito il patrimonio economico e finanziario d’intere regioni, di Stati e di territori sparsi nei continenti di questo mondo? Il Commissario alla rinascita del Mezzogiorno non dovrebbe essere per forza un tedesco, un francese o un olandese. Non sta scritto da nessuna parte. Potrebbe essere anche un Manager di sangue meridionale ma di cultura ed esperienza internazionale. Ce ne sono tanti in giro, sparsi per il mondo. E non sarebbe la prima volta, nella sua storia, che il Mezzogiorno viene salvato, unificato e governato da un “Alto Commissario” europeo. Tanti secoli fa, i Normanni e gli Svevi ci provarono con Federico II di Svevia. E, a modo loro, ci riuscirono perché crearono il regno normanno del sud Italia.

Federico II si preoccupò, in primis, di dotare il Regno di un assetto amministrativo moderno, in cui il potere fosse accentrato nelle sue mani. E per raggiungere quest’obiettivo adottò diverse misure. Per far valere l’autorità dello Stato, ridusse il potere e l’autonomia dei baroni, del clero, delle città e delle minoranze arabe.  Istituì uffici efficienti per amministrare il suo regno, assegnandoli a funzionari preparati.  Aumentò la tassazione per sostenere l’esercito e la macchina burocratica. Emanò le Costituzioni di Melfi. E poi promosse la cultura. Lui che fu definito “Stupor Mundi” era dotato di un grande interesse per il sapere. Nel 1224, per formare funzionari che potessero amministrare il suo Regno, senza ricorrere alla nobiltà locale, fondò l’Università di Napoli, dove venivano insegnate principalmente le scienze giuridiche.

A Salerno invece promosse nel 1231 la celebre scuola di Medicina, dove istituì, per la prima volta in Europa, la cattedra di anatomia. E poi, intorno alla sua corte, radunò sapienti sia dal mondo cristiano, che da quello arabo ed ebraico, facendo di Palermo un luogo d’incontro di diverse civiltà. Dopo Federico II altri “Commissari europei” tentarono di creare uno Stato degno di questo nome nel Mezzogiorno. Ci provarono gli Angioini, gli Aragonesi, i Borboni, persino il cognato di Napoleone, Gioacchino Murat. Per quegli strani paradossi della storia, potrebbe essere proprio Bruxelles a trasformare il Mezzogiorno in una grande e strategica macroregione mediterranea. E chissà, potrebbe essere proprio quest’ Europa della Rinascita a motivare i giovani meridionali a rimanere al Sud, per farli sentire non più spettatori passivi ma protagonisti e artefici del proprio futuro.

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