lunedì, 30 Novembre, 2020
Economia

South working, un’occasione per il Mezzogiorno. Ora servono incentivi e servizi

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Questa emergenza ci sta dando una possibilità: invertire la rotta e fare scelte diverse per il benessere delle persone e delle nostre città. Una di queste riguarda l’organizzazione del lavoro, per consentire il bilanciamento tra sfera personale e lavorativa.

Lo smart working è ora una modalità di lavoro molto in voga. Esiste già da tempo, ma come tutte le novità ha dovuto faticare per essere accettata. La pandemia ha fatto da acceleratore, e tante realtà pubbliche e private per essere operative hanno dovuto accogliere la trasformazione digitale. 

Certo, è ancora in dubbio se davvero si possa parlare di smart working oppure se si tratti più propriamente di telelavoro. Intanto, una breccia è stata aperta. 

Da un’indagine condotta da Datamining per conto della Svimez su 150 grandi imprese del Centro-Nord, dei settori manifatturiero e dei servizi con oltre 250 addetti, emerge che sono 45 mila i lavoratori meridionali rientrati nei comuni di origine, grazie allo smart working. Ma questo potrebbe essere solo l’inizio. Sono circa 2 milioni gli occupati meridionali a lavorare per aziende del Centro-Nord e tra quelle che hanno fatto ricorso totalmente o per l’80% allo smart working nei primi tre mesi del 2020, circa il 3% dei dipendenti ha scelto di lavorare al Sud. Però, se prendiamo in considerazione anche le PMI (oltre 10 addetti), durante il lockdown il fenomeno potrebbe aver interessato circa 100 mila lavoratori meridionali.

All’interno del tema smart working si è creato, pertanto, un focus al quale è stato dato il nome di south working, che è diventato un’occasione di confronto per cercare soluzioni, non solo alternative al classico lavoro subordinato, e per garantirne la socialità e l’adeguatezza di tempi e luoghi, ma anche alla fuga di cervelli dal Sud verso il Centro-Nord e l’estero.

Il Rapporto Svimez 2020, che verrà presentato il prossimo 24 novembre, ha scelto di riservare una sezione al south working, realizzando in collaborazione con l’Associazione South Working – Lavorare dal Sud il capitolo dedicato al tema.

L’Associazione, fondata dalla giovane palermitana e south worker Elena Militello, è diventata in pochi mesi un punto di riferimento per tanti lavoratori perlopiù provenienti dalle regioni del Sud Italia. 

«Fin da subito, il progetto ha catalizzato una forte attenzione – ha dichiarato la Militello -. Credo sia il segnale di una necessità diffusa e della convinzione condivisa che poter lavorare da dove si desidera, in particolare dalle regioni del Sud e dalle aree interne, possa aiutare i lavoratori ma anche i territori».

L’Associazione ha avviato uno studio sul lavoro che si svolge da remoto dal Sud Italia e dalle aree interne, al fine di analizzarne i pro e i contro e avanzare delle proposte per ridurre il gap economico e sociale tra le aree geografiche. In collaborazione con la Fondazione CON IL SUD, si è entrati nella fase operativa e attivato un Osservatorio sull’argomento. 

Su un campione di circa 1.800 intervistati, l’85,3% andrebbe o tornerebbe a vivere al Sud se venisse loro concesso di operare da remoto. Rinuncerebbe al 20% del proprio stipendio, pur di lavorare in smart working, il 25,7% degli intervistati, mentre un ulteriore 38,2% accetterebbe un taglio non superiore al 10%. 

Interessante è la percentuale di intervistati che ha dichiarato di non vivere nella regione in cui vorrebbe vivere adesso (58,1%), tra 5 anni (60,5%) o tra 10 anni (63,2%). Gli intervistati sono relativamente giovani, quasi l’80% ha un’età compresa tra i 25 e i 39 anni. Il 52,7% è in possesso di una laurea magistrale, il 15% è in possesso di un master di II livello e un 7,2% di un dottorato di ricerca. Gli ambiti lavorativi di cui si occupano sono principalmente legati al settore terziario, in particolare: ingegneria (22,6%), economia (15,9%), giurisprudenza (7,6%) e settore bancario (7,6%). 

L’Associazione South Working – Lavorare dal Sud rivela che la maggiore predisposizione a rientrare al Mezzogiorno è dei giovani laureati meridionali, mentre si incontra qualche resistenza da parte dei lavoratori più adulti. 

Al fine di individuare dei correttivi, l’indagine condotta da Datamining ha cercato di comprendere quali siano i vantaggi e gli svantaggi riscontrati sia da parte delle aziende che dei lavoratori.

La maggior parte delle aziende intervistate sostiene che i vantaggi principali del south working siano la flessibilità negli orari di lavoro e la riduzione dei costi fissi delle sedi fisiche. Di contro, però, lamenta la perdita di controllo sul dipendente da parte dell’azienda, l’investimento da fare a carico dell’azienda, i problemi di sicurezza informatica.

Tra i vantaggi dichiarati dai lavoratori, i principali sono il minor costo della vita e la maggior possibilità di trovare abitazioni a basso costo. Tra gli svantaggi ci sono i servizi sanitari e di trasporto di minor qualità, la ridotta possibilità di far carriera e la minore offerta di servizi per la famiglia.

«Il south working – ha affermato Luca Bianchi, Direttore Svimez – potrebbe rivelarsi un’interessante opportunità per interrompere i processi di deaccumulazione di capitale umano qualificato iniziati da un ventennio (circa un milione di giovani ha lasciato il Mezzogiorno senza tornarci) e che stanno irreversibilmente compromettendo lo sviluppo delle aree meridionali e di tutte le zone periferiche del Paese. Per realizzare questa nuova opportunità è tuttavia indispensabile costruire intorno a essa una politica di attrazione di competenze con un pacchetto di interventi concentrato su quattro cluster: incentivi di tipo fiscale e contributivo; creazione di spazi di coworking; investimenti sull’offerta di servizi alle famiglie (asili nido, tempo pieno, servizi sanitari); infrastrutture digitali diffuse in grado di colmare il gap Nord/Sud e tra aree urbane e periferiche».

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