lunedì, 30 Novembre, 2020
Economia

Robiglio (Piccola Industria): manovra senza visione, noi esclusi. Ora serve produttività e formazione

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“Prevalgono misure di assistenza, peraltro anche necessarie in questa durissima fase. Bisogna, però, sbloccare le leve dello sviluppo perché il Paese ha bisogno di ripartire”. Più ombre che luci nella manovra di Governo, per il presidente di Piccola Industria Carlo Robiglio. Per l’esponente di Confindustria non c’è “visione” del futuro con il rischio che tra pochi mesi l’economia nazionale priva una una bussola certa ridurrà di molti la possibilità di riprendere la strada della crescita.

“Mi pare che sia funzionale soprattutto a una prospettiva di breve termine, manca cioè ancora una visione chiara per il Paese nei prossimi anni”, osserva il presidente di Piccola Industria.

“Prevalgono misure di assistenza, peraltro anche necessarie in questa durissima fase. Bisogna, però, sbloccare le leve dello sviluppo perché il Paese ha bisogno di ripartire. Serve una politica di lungo respiro che incentivi gli investimenti e non l’assistenzialismo, capace di incidere pesantemente su leve fondamentali come la formazione, permanente e continua, e l’innovazione”. Per Carlo Robiglio il rischio è di inseguire i problemi più che affrontarli.

“Se non mettiamo al centro questo tipo di politiche”, sottolinea l’esponente di Confindustria, “ci troveremo sempre a inseguire le emergenze e continueremo a perdere produttività, competitività e valore”.

Sul nuovo Piano nazionale Transizione 4.0 Robiglio non nasconde le sue perplessità sul fatto che tra Governo e Associazioni di categoria non ci sia stato un coinvolgimento delle imprese. “Si era fatto cenno anche da parte del presidente del Consiglio di una cabina di regia alla quale ci saremmo aspettati di far parte”, sottolinea Carlo Robiglio, “in realtà non solo non siamo stati chiamati ma anche non si vede traccia di quanto annunciato. Manca ancora evidentemente un disegno di sviluppo per il Paese che indichi cosa si vuole fare con i miliardi in arrivo dall’Europa”.
Il presidente di Piccola Industria ricorda le proposte messe in campo.

“Abbiamo consegnato al presidente del Consiglio”, fa presente Robiglio, “il nostro volume su come immaginiamo il futuro dell’Italia 2030-2050 con la declinazione di idee e proposte. Un’ottica di lungo periodo che però è l’unica che permette di indicare dove e come investire. Per noi sono decisivi la formazione, l’innovazione, le competenze, i giovani, le donne ma non più solo in termini di sgravi e sussidi per le aziende che assumono. Bisogna togliere ad esempio i tappi, i lacci che impediscono ad una donna di lavorare in un’impresa: ed è per questo che stiamo spingendo tantissimo sul welfare, inteso come supporto per dipendenti e collaboratori dell’azienda anche alla gestione della loro sfera familiare. Ma, ripeto, per ora di tutto ciò non c’è praticamente nulla”.

C’è poi il nodo ancora da affrontare del lavoro e politiche attive. Tema centrale sul quale lo scontro con i sindacati è dietro l’angolo.

“Questo tema va affrontato seriamente”, sottolinea e sollecita Robiglio, “politiche attive vuoi dire innanzitutto formazione e competenze. Un Paese che ha solamente 11mila diplomati negli Its a fronte dei 900mila della Germania ogni anno, un Paese che impedisce cioè alle aziende di trovare il personale competente in settori strategici come l’Ict e l’innovazione in generale, non farà mai molta strada. La logica è di mettere le imprese in condizione di creare sviluppo, perché lo sviluppo crea lavoro e il lavoro crea occupazione. Se non ragioniamo in quest’ottica faremo solo altro assistenzialismo e arriveremo ad una stagione in cui non ci saranno più imprese”.

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