L’Italia continua a distinguersi nel confronto internazionale per la debole dinamica delle retribuzioni. Secondo i dati dell’Ocse, tra il 1990 e il 2024 le retribuzioni lorde reali dei lavoratori dipendenti a tempo pieno equivalente sono diminuite dell’1,6 per cento, mentre negli altri principali Paesi avanzati hanno registrato una crescita significativa. Alla stagnazione salariale si è affiancata la progressiva diffusione del lavoro a tempo parziale, che ha contribuito a ridurre le retribuzioni annuali e ad ampliare la loro dispersione.
Dagli anni 90 ad oggi
È questo il quadro delineato da una nota di lavoro dedicata all’evoluzione delle retribuzioni dei dipendenti privati in Italia dagli anni Novanta a oggi e al ruolo svolto dalle riforme dell’Irpef nel sostenere i redditi netti da lavoro e nel contenere l’aumento delle disuguaglianze.
Calcolo con retribuzioni aggiornate
L’analisi si basa sul campione longitudinale LOSaI dell’Inps che raccoglie informazioni sulle carriere lavorative e sulle retribuzioni dei dipendenti privati nel periodo 1990-2018. Il dataset comprende circa 4,8 milioni di osservazioni riferite a oltre 460 mila lavoratori non dirigenti. Per estendere l’analisi fino al 2026, le retribuzioni sono state aggiornate applicando gli incrementi contrattuali distinti per settore e qualifica professionale, mantenendo invariata la composizione della popolazione osservata, così da isolare gli effetti delle più recenti riforme fiscali.
Il deterioramento dei salari
I dati confermano un progressivo deterioramento delle retribuzioni reali nel settore privato. Tra il 1990 e il 2026 la retribuzione media diminuisce del 6,6 per cento. La flessione risulta particolarmente marcata nella parte bassa della distribuzione: il decimo percentile registra una riduzione del 40,8 per cento, mentre il novantesimo percentile evidenzia un incremento del 3,3 per cento. Dopo il 2021, l’accelerazione dell’inflazione ha ulteriormente eroso il potere d’acquisto lungo l’intera distribuzione salariale.
La segmentazione del mercato del lavoro
Lo studio evidenzia inoltre una crescente segmentazione del mercato del lavoro italiano lungo tre direttrici: settore economico, tipologia contrattuale e qualifica professionale. Tra il 1990 e il 2026 le retribuzioni lorde reali aumentano del 16,5 per cento nell’industria e nelle costruzioni, ma diminuiscono del 20,9 per cento nei servizi.
Restano ampi anche i divari tra lavoratori a tempo pieno e part-time e tra impiegati e operai, con questi ultimi che registrano le dinamiche retributive meno favorevoli. L’effetto combinato di questi fattori ha contribuito ad accentuare la disuguaglianza salariale.
Rafforzato redditi bassi
In questo contesto, le riforme dell’Irpef hanno progressivamente rafforzato il sostegno ai redditi da lavoro dipendente di importo basso e medio, ampliando la funzione redistributiva dell’imposta.
Il cambiamento è stato particolarmente significativo a partire dall’introduzione del bonus Irpef nel 2014 ed è stato ulteriormente consolidato con la riforma del 2025, che ha incorporato gli sgravi contributivi nella struttura dell’imposta.
Redditi alti batosta fisco
Per i redditi più elevati, invece, il carico fiscale effettivo è aumentato soprattutto a causa del drenaggio fiscale, determinato dalla mancata indicizzazione all’inflazione degli scaglioni e degli altri parametri monetari dell’Irpef. La soglia che separa i due effetti è pari a circa 35.100 euro annui, a prezzi 2026: al di sotto di questo livello il sistema fiscale vigente nel 2026 risulta più favorevole rispetto a quello del 1990, mentre oltre tale soglia il prelievo risulta più oneroso (fig. 1). Nello stesso periodo è inoltre cresciuta la quota di lavoratori collocati nelle fasce di reddito più basse, soprattutto per effetto della diffusione del lavoro a tempo parziale.
Nel complesso, la nota evidenzia come le politiche fiscali abbiano svolto un ruolo sempre più rilevante nel compensare la debole dinamica delle retribuzioni, sostenendo il reddito disponibile dei lavoratori con salari più contenuti e attenuando, almeno in parte, l’aumento delle disuguaglianze generato dall’evoluzione del mercato del lavoro.





