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l'economia europea è appesa a un equilibrio sempre più fragile.

Le imprese rallentano, la finanza corre. È il momento di una alleanza equa per salvare l’economia reale

È necessario ricostruire un patto di solidarietà tra chi produce ricchezza finanziaria e chi crea lavoro, sviluppo e fa cresce il Pil nazionale
domenica, 26 Luglio 2026
3 minuti di lettura

Mentre industria, commercio, artigianato affrontano la tempesta tra energia, guerre e cambiamento climatico, la finanza continua a macinare utili. La crisi tedesca è il segnale che l’Italia e l’Europa non possono ignorare

C’è un’immagine che per decenni ha raccontato l’Europa meglio di qualsiasi trattato: la Germania come locomotiva del continente. Dietro di lei viaggiavano le economie manifatturiere, e tra queste l’Italia, seconda potenza industriale europea, agganciata a doppio filo al motore tedesco attraverso filiere, export e investimenti.

Oggi quella locomotiva rallenta vistosamente. E non è una notizia che riguarda soltanto Berlino.

Il caso Volkswagen è emblematico. Nel luglio 2026 il colosso tedesco ha registrato un crollo degli utili del 33%, ha rivisto al ribasso le previsioni di ricavi, soffre il mercato cinese, paga il ritardo su software, intelligenza artificiale e batterie e valuta fino a centomila esuberi nel mondo, con il rischio di chiudere quattro storici stabilimenti in Germania. Non è soltanto la crisi di un’azienda. È il simbolo di un modello industriale europeo che deve affrontare contemporaneamente la rivoluzione tecnologica, la competizione globale e costi di produzione sempre più elevati.

La fotografia italiana non è molto diversa.

Una situazione di emergenza

Il Centro Studi Confindustria certifica un rallentamento dell’industria dovuto al caro energia, alla debolezza della domanda di beni intermedi e all’instabilità geopolitica. Il petrolio intorno ai 90 dollari al barile e il gas tornato a salire frenano la ripresa. Le associazioni di categoria parlano ormai apertamente di una crisi sistemica, alimentata dalla convergenza di tre fattori che si rafforzano reciprocamente: guerre, cambiamento climatico e shock energetici.

Guerre e dazi, i costi aggiuntivi

Le previsioni indicano che le tensioni in Medio Oriente potrebbero generare fino a 29 miliardi di euro di costi aggiuntivi per famiglie e imprese italiane e per le aziende un incremento medio del 13,5% delle bollette di luce e gas rispetto all’anno precedente. Sono numeri che incidono direttamente sui margini delle imprese, sugli investimenti e, inevitabilmente, sull’occupazione e sulle famiglie.

Gli affanni di chi produce

La sensazione è che l’economia reale stia combattendo una battaglia sempre più difficile.

Eppure esiste un’altra economia che continua a crescere.

Mentre chi produce beni affronta costi crescenti e domanda debole, il mondo della finanza continua a registrare risultati importanti. Tra il 2018 e il 2025 le banche italiane hanno accumulato oltre 209 miliardi di euro di utili, versando circa 43 miliardi di imposte, con un tax rate medio del 20,5%.

Non si tratta di mettere sotto processo il profitto. Al contrario. Una finanza solida è una risorsa per il Paese. Così come banche patrimonialmente robuste rappresentano un elemento di stabilità. La questione è un’altra.

Serve una solidarietà economica

Quando due economie viaggiano a velocità così diverse, diventa inevitabile interrogarsi su quale debba essere il rapporto tra chi beneficia di rendimenti straordinari e chi ogni giorno produce lavoro, esportazioni e valore aggiunto. È il principio della solidarietà economica.

Stato garante del patto sociale

Non un’imposta punitiva, non una contrapposizione ideologica tra capitale e impresa, ma un patto nazionale. Lo Stato può e deve essere il garante di questo equilibrio, favorendo strumenti che indirizzino una parte degli extraprofitti verso investimenti produttivi, innovazione, credito alle piccole e medie imprese, transizione energetica e sostegno al manifatturiero.

L’indicazione che potremmo suggerire é che una quota dei profitti straordinari debba contribuire alle priorità del Paese e al sostegno dell’economia reale che sopporta un carico fiscale molto elevato.

In fondo, è una questione di interesse reciproco.

Non chiudere ma aprire

Se si impoverisce l’industria, si impoveriscono anche i mercati finanziari che su quell’industria costruiscono parte della propria ricchezza. Se chiude una fabbrica, un negozio, un laboratorio artigianale non perde soltanto il territorio: perde anche il sistema economico che da quella produzione trae valore.

La buona idea dei Paperoni Inglesi

Per questo colpisce ciò che sta accadendo nel Regno Unito.

Un gruppo di oltre cento grandi patrimoni, riuniti sotto il nome di “Milionari Patriottici”, ha chiesto pubblicamente al Governo britannico l’introduzione di una tassa del 2% sui patrimoni superiori ai dieci milioni di sterline. Tra loro figure note come Gary Lineker e Brian Eno. Il messaggio è semplice: chi ha beneficiato maggiormente della crescita economica può contribuire di più nei momenti di difficoltà collettiva.

Non è populismo. È il tentativo di aprire un dibattito sul rapporto tra ricchezza privata e responsabilità pubblica.

E in Italia? I super ricchi diano un segno

Le grandi famiglie industriali e finanziarie, i patrimoni più consistenti del Paese, finora sono rimasti sostanzialmente in silenzio. Nessuno pretende manifesti o gesti simbolici. Ma conoscere il loro pensiero sarebbe utile. Perché le grandi trasformazioni non si affrontano soltanto con le leggi o con i bilanci dello Stato. Si affrontano anche costruendo una cultura della responsabilità condivisa.

Forte deve essere l’intero Paese

L’Italia ha bisogno di una finanza forte. Ma ha ancora più bisogno di un’economia reale capace di produrre, innovare, assumere e competere. Perché senza fabbriche, senza artigiani, senza imprese e senza manifattura non ci sarà alcuna ricchezza da finanziare. E allora la vera sfida del nostro tempo non è scegliere tra economia reale e finanza. È impedire che una prosperi mentre l’altra si impoverisce.

Perché quando si rompe questo equilibrio, a perdere non è un settore. È il Paese intero.

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